Gli irresponsabili PD e 5M

GOVERNARE ATTRAVERSO IL TERRORE: GLI IRRESPONSABILI DEL PD e DEL 5STELLE

Secondo il Tg5 il 50% degli italiani soffre di ansia, depressione e altre patologie analoghe dovute alla questione Coronavirus.
Sono evidenti le enormi responsabilità del governo e in seconda battuta dei media in questo autentico dramma.

Un governo normale dovrebbe sì invitare alla prudenza, ma rassicurare sempre la popolazione.
Pensate a un buon padre di famiglia alle prese con una situazione già di suo ansiogena del figlio, come ad esempio l’esame di terza media. Dovrebbe aiutarlo a studiare ma rassicurarlo sempre e cercare di togliergli più paure possibili.

Il governo italiano fa l’esatto contrario: costante comunicazione ansiogena e terrorizzante. Con la complicità, comunque in seconda battuta, degli irresponsabili media. Pensate all’esempio del figlio alle prese con l’esame di terza media. Pensate a un padre che anzichè rassicurare il proprio virgulto ogni giorno gli dicesse: “se continui così non ce la farai”, “se non ce la farai la tua vita sarà rovinata”, “se vieni bocciato, e verrai bocciato, è tutta colpa tua che ieri hai visto i tuoi amici invece di studiare”, “stai per fallire e rovinarti la vita, sappi che io te l’ho detto” e così di seguito, costantemente, per mesi. E’ logico che il figlio ne uscirebbe psicologicamente devastato.

E il governo italiano fa esattamente così: sparge costantemente a piene mani terrore, supportato dai media più irresponsabili o interessati, per destabilizzare la popolazione e attraverso il terrore mantenere le sedie e le poltrone.

Tra tutti i disastri compiuti dal governo Conte questo è il peggiore. Peggio ancora del baratro economico che hanno creato. Peggio ancora del baratro politico che ci hanno regalato. Perchè da una crisi economica e politica, con l’ottimismo, il duro lavoro e lo spirito d’iniziativa si può uscire. Ma non può farlo un popolo di ansiosi depressi.

Cit. Gianni Candotto

Liberi da immonde catene

CHE FINE HANNO FATTO I VERBALI SECRETATI?

Volete la dimostrazione che quello italiano è un popolo di coglioni? E’ facile. Solo un mese fa eravamo tutti qui a discutere dei famosi verbali del comitato tecnico scientifico. Se ne parlava dappertutto, sui giornali, nei talk show, sui telegiornali, nelle strade e nei bar. Tutti volevano sapere che cosa mai ci fosse di così imbarazzante in quei benedetti verbali da tenerli secretati.

La pressione pubblica cresceva, e l’opposizione arrivò addirittura a spiegare in Parlamento uno striscione con su scritto “che cosa avete da nascondere?” Poi i famosi verbali furono desecretati, e l’attenzione pubblica fu immediatamente convogliata su quello che contenevano: il CTS diceva di non chiudere l’Italia, ma il governo lo ha fatto lo stesso. Perchè lo ha fatto? Oppure, il CTS diceva di chiudere le zone di Nembro e Alzano, ma il governo non l’ha fatto. Perchè non l’ha fatto? Eccetera eccetera.

Dopo tre giorni era tutto finito. Le polemiche ovviamente portarono ad un nulla di fatto, e l’attenzione si spostò altrove.

Nel frattempo pochissimi si erano accorti che i verbali desecretati erano solo cinque, su un numero minimo di 49. Noi chiedemmo di vederli tutti, ma noi siamo piccoli e non contiamo nulla. I grandi media invece fecero finta di niente, e iniziarono a parlare d’altro.

E così gli italiani dimenticarono presto di essere stati presi per il culo. Quando un popolo è così facilmente ingannabile, e così facilmente manipolabile, allora lo si può definire un popolo di coglioni.

Se un fatto simile fosse accaduto negli Stati Uniti (o in Inghilterra, oppure in Germania), la faccenda si sarebbe trascinata fino al giorno in cui tutti verbali fossero stati rilasciati, dal primo all’ultimo (credetemi, questa gente avrà altri difetti, ma non amano essere presi in giro). Ma da noi no. Da noi basta che i “padroni del discorso” del mainstream spostino l’attenzione su qualcos’altro, e il popolo gli va dietro come un branco di sardine.

Il nostro è un popolo di coglioni. Gente che urla e sbraita se qualcuno al supermercato si abbassa per un attimo la mascherina, ma che si dimentica regolarmente di chiedere conto ai governanti delle proprie azioni.

Se io fossi un politicante, adorerei l’idea di governare gli italiani. Non esiste popolo che sia più facile da prendere in giro, e con la complicità criminale dei nostri giornalisti, farlo da noi è un gioco da ragazzi.

Massimo Mazzucco

L’USURA COMANDA MEZZO MONDO

IL MOTORE DELLE SOCIETA’

la gente passa la maggior parte del tempo a prestare attenzione ai fatti di cronaca non rendendosi pienamente conto che questi sono spesso determinati dalla politica. Molti stanno concentrati sulla politica non rendendosi conto che a muoverla sono le ideologie. Pochi sanno che le ideologie sottostanno alle religioni e ancora meno sanno che ce n’è una sola che sta al vertice. Chi batte moneta usuraia si nasconde dietro a tutta questa piramide e governa oramai la metà dei continenti di questo pianeta e già influenza quanto resta degli altri. Se avete capito il senso di questo scritto quando dedicate tempo al politico di turno provate a pensare che vi siete lasciati deviare l’attenzione e vi assorbono tutto il tempo sui problemi impedendovi di capire e vedere all’unica causa che ve li sta generando.

Siate eretici

SIATE ERETICI
Di Luigi Ciotti

Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi.
Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.

Covid una chimera creata in laboratorio

Covid, il professor Tritto: “Il virus è una chimera creata in laboratorio”

Il presidente dellʼaccademia mondiale delle scienze biomediche ha presentato il suo nuovo libro a Fatti e Misfatti, dove ha parlato della nascita del Coronavirus

Il Coronavirus è il frutto di una combinazione tra due infezioni virali, ma non si sarebbe sviluppato in maniera naturale. Questa è la teoria del professor Giuseppe Tritto, presidente del World Academy of BioMedical, che a Fatti e Misfatti ha presentato il suo ultimo libro “Cina Covid19 – La chimera che ha cambiato il mondo” e parlato di come la causa della pandemia globale sia stata creata in un laboratorio. “SarsCov2 è definita una chimera ricombinate. Ciò significa che nasce da due ceppi diversi che unendosi originano un nuovo agente virale”, spiega Tritto. “I ricercatori hanno isolato due ceppi di virus, uno trasmesso dai pipistrelli e uno dai pangolini. Ma non ci sono possibilità che queste due infezioni si siano unite tra loro in maniera naturale”

Due specie “incompatibili” – I due ceppi di Coronavirus isolati hanno delle affinità molto alte con quello riscontrato nell’uomo. “Il virus isolato nei pipistrelli è affine al 94%, quello riscontrato nel pangolino addirittura il 96%”, continua Tritto. “In medicina esistono delle ricombinazione chiamate wild. Sono mutazioni naturali, non create in laboratorio. Nel nostro caso però, è molto difficile che i due animali siano entrati a contatto”. Il pangolino è un formichiere asiatico con delle scaglie protettive lungo tutta la schiena. “Per avere una chimera ricombinante, un pipistrello avrebbe dovuto mordere il pangolino così a fondo da trasmettere il virus, il che è impossibile”.

 

Ricerca “mirata” – Secondo il professor Tritto, la virologa Shi Zhengli, la ricercatrice di Wuhan conosciuta con il nome di bat-woman, avrebbe collaborato in passato con il professore americano Raplh Barich in uno studio sui Coronavirus. In particolare, le loro ricerche sarebbero centrate sulla miocardite nei conigli derivata dall’infezione virale. Lo scopo della collaborazione tra i due sarebbe stata quella di studiare il “guadagno di funzione”: eliminare o aggiungere pezzi di sequenza genetica per facilitare la creazione di vaccini.

 

Il laboratorio di Wuhan – In ultimo, il professor Tritto si concentra sul laboratorio di Wuhan dove crede sia stato realizzato il virus. “È un laboratorio classificato P4. Ciò significa che al suo interno vengono trattati patogeni certificati come dannosi per l’uomo. Queste strutture clonano virus e batteri per valutarne la virulenza e devono sottostare a rigorose misure di sicurezza”. E, aggiunge: “Quasi sempre lavorano in parallelo con i laboratori militari”.

Morire tocca a tutti prima o poi

Il lutto è un rito di passaggio, ecco come affrontarlo

Il lutto è una tappa che attraversiamo tutti nella vita e porta con sé cambiamenti profondi capaci di cambiare per sempre le persone che devono affrontarlo. Non stupisce quindi che sia considerato da molte tradizioni come vero e proprio rito di passaggio, e non solo per la persona che compie il suo ultimo viaggio, ma anche per le persone che devono affrontare il dolore della perdita.

Se la morte è dolce per chi se ne va, può invece risultare molto dura per chi rimane, semplicemente perché le lezioni che ci porta ad imparare sono profonde e spesso difficili da elaborare, anche se molto preziose.

Ecco alcune informazioni che potranno aiutarti a superare il dolore della perdita di un caro, partendo da uno dei momenti più importanti in assoluto, sia per te che per chi si appresta a partire: l’accompagnamento.

L’accompagnamento

Riuscire ad accompagnare e sostenere la persona in fin di vita è molto importante, purtroppo nella nostra società non gli viene spesso dato la giusta considerazione, anzi! Abbiamo tendenza a negare la morte fino all’ultimo momento perché non sappiamo come affrontarla; nessuno ci ha insegnato cosa fare o cosa dire; motivo per il quale ci sentiamo smarriti e preda degli eventi.

L’importanza dell’ascolto e del sostegno

Negare l’evidenza di fronte alla persona cara, magari ripetendole che non morirà, può renderle più difficoltosa ancora la sua partenza; per questo motivo, sostenerla in questo periodo, darle conforto ascoltando le sue emozioni e rassicurandola, è un grande gesto d’amore. È la dimostrazione che ci siamo per lei, fino alla fine.

 

Quello che potremo fare per aiutarla ulteriormente a prepararsi alla morte, è permetterle di risolvere i suoi “conti in sospeso”, dandole l’opportunità di esprimersi liberamente senza la paura di essere giudicata, oppure di sistemare alcune faccende per lei importanti, così da poter andarsene con il cuore in pace.

Inoltre, è anche l’occasione per noi di perdonare, di sussurrare quel “Ti voglio bene” che non abbiamo mai osato dire, per evitare di rimanere con dolorosi rimpianti per tutta la vita, perché purtroppo non avremo una seconda possibilità.

Oltre a questo, c’è un’ultima cosa che potremo fare: darle il nostro “permesso di morire”, evitando di darle compiti (“Quando non ci sarai più, stammi vicino, ho bisogno di te”), questo la aiuterà ad affrontare questa grande prova con dignità e serenità, sicura di poter riposare in pace.

L’ultimo Viaggio

È importante ricordare che questo momento è un grande traguardo per la persona che si appresta a fare l’ultimo viaggio. Dopo la sua partenza, avrai tutto il tempo che ti servirà per elaborare il lutto, ma ora è necessario che la persona che ti è cara possa vivere questo capitolo della sua esistenza nel modo più sereno possibile, con le persone che l’hanno amata durante la sua vita.

Potrebbe anche essere l’occasione di celebrare, con amore e sacralità, questo grande momento facendo un dono importante a chi sta per partire: la nostra gratitudine.

lutto 2

Riuscire a sostenere il proprio caro, mettersi in ascolto delle sue emozioni, delle sue sensazioni, di quello che sta attraversando prima di quel salto nell’ignoto, e riuscire a benedire il suo ultimo viaggio, ringraziandolo per tutti i meravigliosi momenti passati assieme, per il dono della sua presenza e lasciarlo andare via con il cuore in pace e colmo dell’amore dei suoi cari, è il miglior modo di lasciar questa esistenza terrena. È in tutto questo che si trova il segreto della vita: l’essenza stessa dell’amore.

Il dolore della perdita

Ora che la persona cara se n’è andata e ha lasciato dietro di sé un senso di vuoto e di abbandono, ci sentiamo soli e sommersi dalle emozioni. È l’inizio del lutto, ora comincia il nostro personale rito di passaggio, quello che ci aiuterà ad aprire gli occhi su noi stessi e sui doni della vita.

Le fasi del lutto

Negazione, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione.

Queste sono le fasi del lutto ipotizzate da Elisabeth Kübler Ross, psichiatra e fondatrice della psicotanatologia, lo studio psicologico dell’accompagnamento alla morte ed elaborazione del lutto come supporto alla persona in fin di vita e ai suoi cari.

Prima arriva lo shock iniziale e subito dopo la negazione (“Non può essere, non è possibile!”), segue la rabbia (“Ma perché? Non è giusto!”), il patteggiamento (“Dovevo aspettarmelo perché…”) ed infine, la depressione.

Queste fasi ci spingono lentamente a chiuderci in noi stessi per confrontarci con la nostra interiorità. Viviamo la morte così profondamente perché, assieme alla persona cara, è un pezzo di noi che se ne va: un pezzo del nostro passato, dei nostri sogni, progetti e ricordi.

La fase depressiva è una fase preziosa ma delicata; è importante dare tempo alle nostre ferite per rimarginarsi. Non servirà a nulla provare di affrettarne la guarigione facendo finta che tutto vada bene quando in realtà, dentro di noi, sanguiniamo ancora; rischierebbe al contrario di bloccare l’elaborazione di quanto avvenuto e di impedirci di uscire dalla fase depressiva.

Lasciar andare

Il lutto è un rito di passaggio per il defunto ma anche per noi perché ci spinge a toccare con mano la realtà: siamo anime incarnate a tempo determinato. Il tempo che trascorriamo sulla Terra è limitato per ognuno di noi.

Se siamo riusciti a dare al defunto il permesso di morire, dobbiamo dare a noi stessi invece il permesso di provare dolore, per poi, lentamente e con i nostri tempi, lasciarlo andare. Quindi non reprimere le tue lacrime, lasciale scorrere liberamente, è un tuo diritto provare sofferenza.
Lasciar andare (con il pianto, con le parole,…) non è solo liberatorio ma è soprattutto parte del processo di elaborazione della perdita, è una fase cruciale della guarigione interiore.

lutto 5

Il problema sorge quando proviamo a tenerci tutto dentro, perché per una ragione o per l’altra, pensiamo di dover dare un’immagine forte di noi e rimanere impassibili di fronte alla sofferenza; lo facciamo per i famigliari, per i bambini, per il partner,… Ma oltre a farci del male rischiando di rimanere bloccati nella fase depressiva, mandiamo un messaggio sbagliato a chi ci sta intorno, soprattutto ai bambini che avranno tendenza a ripetere lo stesso comportamento quando saranno grandi e a non sapere come affrontare il lutto a loro volta.

Provare dolore, piangere per la morte di una persona cara, è naturale, non deve essere motivo di vergogna. Nessuno ha il diritto di giudicarti per questo. Ricorda che la forza di una persona non si calcola nelle lacrime che riesce a trattenere, ma bensì in quante volte è riuscita a rialzarsi dopo essere caduta.

La fase di accettazione

Dopo la fase depressiva, comincia la risalita. Cominciamo con il rassegnarci al fatto che le cose non torneranno mai come prima, e arrivati a questo punto cerchiamo un nuovo equilibrio adattandoci alle circostanze. Questo adattamento è il superamento del lutto come rito di passaggio, è la nostra personale “uscita dagli inferi”.

lutto 1

La morte ha quello strano potere di cambiare il nostro modo di vedere il mondo, ma anche la nostra vita, ponendo la nostra attenzione su quello che davvero conta. Cosa ci strapperà un sorriso nel momento del nostro ultimo respiro? Cosa ci avrà reso felice e ci farà dire “Ne è valsa la pena”? Sono domande forti che possono cambiare drasticamente una persona; per questo il lutto è un rito di passaggio: ci aiuta a crescere e a capire tutte quelle cose che milioni di libri messi assieme non possono spiegare.

Dopo l’accettazione, giunge la speranza, fatta di nuovi sogni, di nuovi progetti, di una visione più matura e consapevole della nostra esistenza. Possiamo scegliere, decidere cosa fare, perché abbiamo ancora tempo di fronte a noi; non sapremo mai quanto, ma basterà.

“Si hanno due vite. La seconda comincia il giorno in cui ci si rende conto che non se ne ha che una.”

— Confucio

Cosa può insegnarci la morte?

Prima di tutto, ci ricorda che siamo solo di passaggio e che il nostro tempo è limitato, lo è per gli altri ma anche per noi. Questo ci spinge a dare maggior valore al nostro tempo.
Il tempo scorre e non fa sconti a nessuno, ci sono momenti preziosi che non torneranno mai indietro. Per assurdo, è proprio la morte a spingerci a riflettere sulla nostra vita, su come vogliamo trascorrere il tempo che ci rimane.

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Per cosa vale la pena vivere? Questa è la grande domanda alla quale la morte ci spinge a rispondere. Quando giungerà la fine, saremo felici del tempo trascorso qui oppure avremo il cuore pieno di rimorsi? Il tempo è il dono più prezioso che ci viene dato alla nascita. Spetta a noi dargli il valore che si merita.

Il senso della vita

La morte ci insegna cos’è il dolore, il tempo che scorre, la vita; ci aiuta a capire cosa conta veramente. È vero, è una maestra severa, ma è anche molto generosa. Dal nostro primo respiro, ci guarda crescere da lontano, ogni tanto ci impartisce qualche lezione per evitare di vedere versato quel tempo così prezioso; e quando arriva il nostro momento, ci prende dolcemente per mano, come una vecchia amica, e torniamo da dove siamo venuti, con il cuore e l’anima in pace, e per unico bagaglio l’unica cosa che conta veramente: l’amore.

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Sandra “Eshewa” Saporito

La Potenza della Femmina

L’Arma Più Potente Di Una Donna E’ La Sua Energia Interiore: Ecco Come Risvegliarla

“L’arma più potente di una donna è la sua energia interiore che protegge lei e tutti coloro che ama” proseguì Mama Maru. “È per questa ragione che dovrai imparare a calarti nel tuo mondo interiore: solamente nel momento in cui scoprirai la tua vera essenza potrai usare tutta la tua energia interna. Sei forte e dotata di molta energia ed è proprio per questo che appartieni al gruppo delle donne capaci di muovere il mondo. Eppure hai un limite: non ti conosci ancora, e di conseguenza, non ti accetti.”
— In “La profezia della Curandera“, di H. H. Mamani

Non ti hanno detto tutta la verità su te stessa

Quando si parla di donna, di femminino sacro, si pensa ad un’energia esclusivamente passiva ed accogliente, ma la donna è più di questo.

Ti sarà già capitato di sentire parlare della coppa e della spada come metafora dell’energia femminile e maschile: la coppa accoglie e la spada agisce/ferisce.

A furia di sentirselo dire da secoli, la donna si è convinta che il suo ruolo è passivo di natura e che un ruolo più attivo, più da “guerriera” per intenderci, sia contro le regole; perché una donna è fatta per amare, per nutrire, per guarire, giusto?

Non proprio, manca qualcosa.

Il potere della donna si limita davvero alla passività?

C’è una cosa fondamentale che la donna deve saper fare e che è complementare all’azione dell’uomo: deve saper difendere, proteggere.

Ancora una volta, si pensa spesso che la funzione protettiva della donna sia passiva e si limiti a fare da scudo al pericolo, come la cinta muraria di un castello che impedisce ai nemici di avanzare: sta lì in piedi, in modo statico; la sua inattività la espone ai colpi e lei, zitta-zitta, subisce.

Ma è davvero a questo che si limita il potere della donna?

Gli stereotipi ti privano di un ruolo fondamentale

Per spiegarti a che punto questo modo di pensare è limitato, ti farò un esempio molto concreto che sfaterà una volta per tutte questo stereotipo nocivo per le donne ma anche per gli uomini (capirai meglio tra poco perché).

Quale animale ti viene subito in mente se ti parlo di ferocia quand’è ora di difendere i propri cuccioli?
mamma orsa

Mamma Orsa!

Quando un’orsa vuole difendere la sua prole, non lo fa in modo passivo, anzi. Non ti lascia scampo, quindi nel caso ti capitasse durante le tue scarpinate in montagna di avvistare delle piccole orme di orso, non seguirle! Allontanati con calma e nessuno si farà del male.

Anzi, prima di partire ti consiglio di leggere questa piccola guida: “Cosa fare se incontri un orso in montagna”, può sempre servire.

Recuperare il legame ancestrale che hai dimenticato

L’orso è un animale emblematico per un altro motivo: è anche il simbolo della dea Artemide, la dea greca della caccia e della foresta, della Luna e delle iniziazioni femminili. La sua energia promuove nella donna il gusto per l’auto-determinazione, l’autonomia e la libertà.

donne insieme

Anche se non era sposata, Artemide era conosciuta per essere, come l’orsa, estremamente materna e protettiva (è famosissima la sua statua di Efeso dove era raffigurata con mille seni, come a simboleggiare che era la madre di tutti) e non temeva di passare all’azione.

Artemide in realtà è una figura archetipica che ognuna di noi custodisce nel suo mondo interiore ma che in molte donne è stata messa a tacere, incentivando uno squilibrio tra ciò che sentono dentro e ciò che la società impone, creando uno stato di tensione, di confusione e frustrazione.

La donna guerriera è in tutte noi.

La nostra Artemide interiore rappresenta quindi un’energia femminile decisamente attiva, prova che nei tempi passati la donna poteva aspirare ad altro che essere solo madre o compagna.

Purtroppo oggi è difficile riuscire a manifestarla e si finisce per dimenticarla, andando a trascurare una parte fondamentale di noi: quella in grado di passare all’azione, di reclamare a gran voce il proprio posto nel mondo, quella parte di noi che sceglie un compagno non per bisogno perché si sente incompleta ma per scelta consapevole; quella è la parte della donna che conosce il suo potere e lo usa per il suo bene e quello delle persone che le stanno a cuore, l’unica in grado di cambiare davvero le cose in meglio.

Se la donna diventa attiva, quale ruolo resta all’uomo?

“Se la donna diventa attiva, non ruberà la scena all’uomo? E lui poi che fine farà? Non è che, se si invertono i ruoli, la società andrà a rotoli?”

Guardiamoci bene intorno: il mondo sta già andando a rotoli.

  • Secondo un’analisi di 141 ricerche effettuate in 81 Paesi dall’OMSil 35% delle donne ha subito (e subisce ancora) abusi.
  • L’overshoot day è stato fissato al 1 agosto 2018: abbiamo già esaurito le risorse mondiali per quest’anno.
  • L’odio razziale sta riemergendo a livelli spaventosi: solo negli USA ci sono ben 917 gruppi che professano la discriminazione razziale, dai neonazisti agli afro-americani separatisti.

Sta davvero andando tutto così bene? A me non sembra. E il problema è che quel mondo lì fuori è fatto di persone come io e te: è fatto di uomini e donne. Quella società malata è fatta a nostra immagine, è lo specchio delle nostre scelte, delle nostre azioni, dello squilibrio che ci portiamo dentro e che ci fa soffrire.

Perché devi reintegrare la tua identità

Confinare la donna ad un aspetto esclusivamente passivo significa anche privare l’uomo di tutte quelle caratteristiche che vorrebbe manifestare (come la dolcezza, la gentilezza, la sensibilità) ma che non può.

Sai perché?

L’uomo, da quando nasce, deve sempre provare la sua identità: “Non piangere che è da femminucce!”, “Se sei un uomo, devi dimostrarlo!”, ecc…

“SE SIETE MASCHIETTI, A QUALUNQUE SBAGLIO, VI DANNO DELLA FEMMINUCCIA, LASCIANDOVI INTENDERE CHE ESSERE UNA BAMBINA È LA COSA PEGGIORE DI TUTTE.”
— ERIC DE LA PARRA PAZ

Viviamo in una società che costringe le donne ad essere sempre passive e gli uomini a provare la loro virilità attraverso l’aggressività e la repressione delle emozioni per provare la loro identità, la loro appartenenza al loro gruppo di riferimento. Nessuno è felice e il peggio è che pensiamo che l’altro se la passi meglio di noi.

Il tuo equilibrio interiore si rispecchia nel mondo anche se tu non lo vedi

equilibrio interiore

Se ci diamo la possibilità di conoscerci meglio, di capire chi siamo nel nostro profondo, di armonizzare le forze che abbiamo dentro di noi, maschili e femminili, attive e passive, allora forse ci daremo l’opportunità di vivere un nuovo paradigma dove rispetteremo la nostra natura e potremo vivere delle relazioni più equilibrate.

Tuttavia, fare il primo passo in questo caso spetta alla donna perché, statisticamente parlando, sull’insieme delle persone che s’interessano a temi più introspettivi l’80-85% sono donne rispetto al 15-20% degli uomini; pure la maggioranza dei cerchi sono tenuti da donne.

Però c’è un piccolo gruppo di uomini coraggiosi che non si dà per vinto e ha accolto con curiosità il cambiamento introdotto spesso dalle proprie mamme, mogli o figlie e sono nati i primi cerchi di uomini che promuovono la sacralità del Maschile e che lavora assieme al sacro femminile.

Ecco perché questo è il nostro momento: tutto il lavoro introspettivo che stiamo facendo non gioca solo a nostro favore perché riequilibrando noi stesse, incitiamo gli uomini a fare lo stesso.

È una vera rivoluzione che sta nascendo, con modi pacifici ma decisi; e se hai già cominciato a guardare dentro di te perché senti una voce che ti chiama dalle profondità dell’anima, è molto probabile che tu ne faccia già parte.