La Gentilezza uno stato d’essere

La gentilezza tornerà di moda e sarà bellissimo

In questo mondo stressante e frenetico, sono i piccoli gesti di gentilezza che possono cambiare le cose. Iniziamo farlo tutti

Nella vita di oggi molte persone sentono il bisogno di ostentare sicurezza, confondendo l’aggressività e la forza, soprattutto a causa di un modello imposto dai media, che riflette quanto proposto dalla società,  secondo cui vince chi urla di più, chi è più deciso e aggressivo.

Nonostante non sia sicuramente sbagliato sapere quello che si vuole ed essere determinate, avere un atteggiamento gentile e ben disposto nei confronti del prossimo non è in contraddizione con questo atteggiamento, anzi, rappresenta un valore aggiunto.

Purtroppo sempre più spesso, nelle nostre vite piene di stress e di competitività, la gentilezza, intesa come amorevolezza e generosità, ma anche buone maniere, sembra essere considerata come da evitare, in quanto simbolo di debolezza. Le persone considerate di successo, spesso si considerano al di sopra e troppo importanti per manifestare rispetto ed empatia, mentre invece queste qualità sono fondamentali nei rapporti umani.

In primo luogo è necessario capire che cosa sia davvero la gentilezza.

È una qualità considerata molto importante fin dall’antichità, addirittura il filosofo e imperatore Marco Aurelio la definiva come la “gioia dell’umanità”, perché migliora l’umore, il nostro e quello degli altri e addolcisce la vita, al contrario, invece, dell’insolenza e dell’arroganza.

Ci sono due facce della gentilezza che vanno a completarsi, la prima è la buona educazione, il galateo e l’etichetta, mentre la seconda è più profonda ed è indice di bontà, attraverso l’essere accoglienti, generosi e altruisti.

Questa qualità, in primo luogo aiuta a migliorare il lavoro di team ed è molto apprezzata ai colloqui, spesso le risorse umane prediligono candidati con alti livelli di gradevolezza, ed è, inoltre, fondamentale soprattutto quando si è leader di un gruppo.

Avere rispetto dei colleghi, trattarli con equità, gentilezza e considerazione, infatti, permette di ottenere risultati migliori perché i singoli membri del team eseguono meglio i loro compiti e sono più motivati, ma in questo modo si ha anche un maggiore coinvolgimento di tutto il gruppo, che lavora di più e meglio.

Il nostro modo di porci, inoltre, fa trasparire molto delle persone che siamo o vogliamo essere, quindi la dignità, la positività e il rispetto degli altri, sarà sempre nostro migliore biglietto da visita.

Sicuramente, in questo le donne hanno una marcia in più, in quanto naturalmente predisposte all’empatia e all’accoglienza dell’altro.
Spesso per essere considerate allo stesso modo dei colleghi maschi, diventano ancora più aggressive e competitive, mentre puntando sull’empatia e sulla solidarietà femminile, si ottengono alla lunga più risultati.

I piccoli gesti di amore, sono una strategia vincente anche nella vita privata, perché aiutano a risolvere i conflitti e a stabilire empatia con le persone che abbiamo davanti.
Nelle relazioni umane, qualsiasi esse siano, da quelle tra condomini a persone che condividono uno spazio sui mezzi pubblici, abbiamo bisogno di gentilezza come di un antibiotico.

Anche in questo caso le donne sono più portate, generalmente, a prendersi cura dell’altro, ma non bisogna dimenticarsi che anche ricevere attenzioni è fondamentale nella vita di coppia ed è la più alta espressione di amore.

Si può praticare la gentilezza a partire dai piccoli gesti quotidiani come ricordarsi di ringraziare sempre e di rispondere con un “prego”, augurare una buona giornata o aiutare qualcuno che vediamo in difficoltà, fino a fermarci ad ascoltare davvero i bisogni delle persone che ci stanno vicino e provare a fare anche un piccolo gesto per accontentarle e trasmettere amore, una sorta di offerta e di passo avanti verso l’altro.

Bisogna anche scegliere con attenzione le persone che sono accanto a Voi, prediligendo anche nel rapporto di coppia uomini gentili e rispettosi, che condividano con Voi questi valori.

Ognuno di noi può dare il proprio piccolo contributo a far tornare di moda la gentilezza, il rispetto per gli altri e la dignità. In questo senso è fondamentale, nell’essere genitori, insegnare ai bambini ad essere gentili e rispettosi, questo, inoltre, li renderà sicuramente degli adulti migliori.


 

La Gentilezza ti cambia

La gentilezza può davvero cambiare il mondo? Sì, almeno secondo Cristina Milani, studiosa di psicologia cognitiva comportamentale e di comunicazione, che ha recentemente pubblicato La forza nascosta della gentilezza (Sperling & Kupfer, 2017). Obiettivo del libro è mostrare come anche i piccoli gesti abbiano il potere di cambiare il mondo, a partire dalla nostra felicità.

Secondo la studiosa, la chiave di volta è l’impegno dei singoli: quando decidiamo di cambiare le cose, di rendere un po’ più felice il nostro angolo di mondo, ecco che scateniamo un effetto domino, capace di travolgere chi ci sta intorno.

La gentilezza è la vera rivoluzione -silenziosa-  del terzo millennio: essere gentili significa essere attenti agli altri; significa mettere al primo posto un vissuto sociale di qualità. In altre parole: la gentilezza è la vera chiave per evitare che l’egoismo e la competizione (che pure sono naturali e alle volte utili) rovinino le nostre relazioni, rendendoci infelici.

Cristina Milani, dopo alcuni anni di carriera aziendale, ha deciso di lasciare tutto, per dedicarsi a quella che riteneva essere la sua strada: studiare e promuovere la gentilezza. A scuola, a casa e specialmente in azienda, ci dimentichiamo spesso di essere gentili. A volte basta davvero poco: un sorriso, una stretta di mano, una busta passata con gentilezza. Attualmente, la troviamo alla presidenza di Gentletude, associazione elvetica che si occupa di promuovere le pratiche gentili, ma anche vicepresidente del Movimento Mondiale della Gentilezza.

GENTILEZZA E NEUROPSICOLOGIA: ECCO COSA DICE LA SCIENZA

Anche la neuropsicologia si sta occupando da tempo della gentilezza, con risultati sorprendenti. Candace Beebe Pert, neuroscienziata statunitense, ha provato che sorridere attiva il rilascio di speciali neurotrasmettitori che combattono lo stress e ci rendono felici.

Se questi studi dovessero essere confermati e corroborati, avremmo le prove scientifiche che l’educazione alla gentilezza non è soltanto un ideale sociale, ma un tassello fondamentale nella promozione del benessere psicofisico individuale. Sarebbe un sostegno forte a tutti coloro che, noi compresi, ritengono che l’educazione alla gentilezza dovrebbe essere obiettivo prioritario della scuola e della vita in famiglia.

COACHING CREATIVO: DESIDERIAMO LA GENTILEZZA?

Lo spunto di oggi non è operativo, ma serve a fare chiarezza tra i nostri pensieri. Prima del “buon proposito” di essere gentili (sì, i buoni propositi nel 90% dei casi non vanno mai oltre il proposito!) è necessario domandarci se noi crediamo davvero nella gentilezza.

  • Siamo convinti che la gentilezza possa cambiare il mondo?
  • Che possa rendere migliori le nostre vite e quelle dei bambini?
  • Siamo disposti a qualche piccolo sacrificio per promuovere e praticare la gentilezza?

Prima di praticare atti di gentilezza a casaccio (cit.), come quelli che abbiamo proposto nell’articolo “Educhiamo alla gentilezza” è necessario desiderare ardentemente una vita all’insegna della gentilezza. Quindi, proviamo a rispondere alle tre domande qui sopra, prendendoci del tempo, se necessario. Cominciamo a meditare sulla qualità della nostra vita e, soprattutto, delle nostre relazioni con gli altri.

In molti casi, non faticheremo ad individuare tensioni che, abbracciando la gentilezza, potrebbero essere facilmente risolte. Senza però dimenticare di l’assertività: la gentilezza dovrebbe nascere dal cuore, ma senza trascurare i nostri bisogni! A volte, è il caso di dirlo, è bene ritagliarci dei momenti “solo per noi”, chiudendo la porta agli altri.

Come cambiare noi stessi

Se decidiamo di cambiare noi stessi (è questo l’obiettivo della nostra Scuola di Bambinologia) dobbiamo scegliere un approccio, una strada da seguire.
Quello che suggeriamo noi è basato sui punti di forza: ciascuno di noi ha dei punti di forza, a volte senza saperlo.
Se scegliamo di cambiare utilizzando un approccio basato sui punti di forza, il nostro primo obiettivo
(1) sarà quello di scovare questi “talenti nascosti”, mentre il secondo
(2) sarà quello di lavorare attivamente su di essi.

Perché proponiamo un approccio basato sui punti di forza invece di correggere le debolezze?
Esiste un simpatico esperimento scientifico al riguardo.
Nel 1925 (molto tempo prima che si sviluppassero le moderne scuole di pensiero psicologiche e che la didattica venisse affrontata da pedagogisti e filosofi con l’attenzione scientifica che riceve oggi) la ricercatrice Elizabeth Hurlock condusse uno studio su un gruppo di studenti.
Lo studio aveva l’obiettivo di spingere questi studenti a migliorare il proprio rendimento scolastico e le performance nei test.


Alcuni tra questi studenti ricevettero degli incoraggiamenti positivi e furono invitati ad impegnarsi per fare sempre meglio, a partire dai propri punti di forza; altri, invece, ricevettero delle critiche riguardo agli errori che avevano commesso nei primi test.
Nel 1925 l’educazione era ancora estremamente rigida e tradizionalista: criticare aspramente gli errori degli studenti era la prassi nella maggior parte delle scuole americane e nel mondo.

Dallo studio emersero i dati seguenti: tra gli studenti i cui errori erano stati criticati, il 19% migliorò il proprio rendimento nel corso dei test successivi.
Un risultato lievemente positivo.

Tra gli studenti che erano stati incoraggiati a far meglio e a lavorare sulle proprie potenzialità, il numero di coloro che riuscirono a migliorare il proprio rendimento fu del 71%!
Un risultato sorprendente.

Questo esperimento non è un punto isolato: numerose ricerche – anche negli ultimi anni – hanno confermato che gli approcci basati sui punti di forza sono molto più efficaci di quelli che hanno come obiettivo la correzione dei punti di debolezza.
Ma qual è il segreto di questa scelta?
Partire dai punti di forza permette di mettersi alla prova rispettando il senso di autoefficacia e l’autostima: così facendo, agiremo con una forte motivazione di base.
Non dobbiamo mai dimenticare che nei processi di apprendimento le emozioni e l’intelligenza emotiva giocano un ruolo fondamentale.

FONTI

  • Hurlock, E. B. (1925). An Evaluation of Certain Incentives Used in School Work. Journal of Educational Psychology, 16(3), 145-159
  • Laudadio A., Mancuso S., Manuale di psicologia positiva, Franco Angeli, 2019

Affascinare per Insegnare

sorriso educazione

Nel corso dei tuoi studi hai avuto degli insegnanti affascinanti?

Il filosofo Umberto Galimberti, recentemente, ha sostenuto che: “Occorrono insegnanti affascinanti ma non è così. Oggi il ragazzo si deve ritenere fortunato se su nove docenti ne ha due carismatici, e questo è un grosso problema. Prima di essere mandati in cattedra, gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità, per comprendere se hanno la passione dell’insegnamento, ma da parte loro i genitori devono mettersi in testa che i docenti devono essere difesi. Sempre”.

Ma cosa significa rendere una lezione affascinante? Secondo noi il fascino risiede in tre diversi elementi, due dei quali si possono allenare.

Parlando di insegnamento e di educazione, dobbiamo considerare come elemento fondamentale il clima emotivo: si impara col sorriso sulle labbra e in una classe gioiosa. Questo avviene quando gli studenti non si sentono giudicati, ma valorizzati. La TV è un esempio concreto: nessuno si sente giudicato dallo schermo, così avviene che, di fronte a un documentario, gli spettatori si sentono a loro agio.

Il secondo fondamentale è la comunicazione: un buon insegnante non dovrebbe essere esclusivamente un esperto di un campo del sapere, né di didattica. Alla base dell’insegnamento, prima ancora che la conoscenza, troviamo la capacità di comunicare le proprie conoscenze. Eppure, la comunicazione è terribilmente screditata nel mondo scolastico: la si accosta al marketing, al mondo delle vendite e del mercato.

Il terzo segreto dell’insegnante affascinante è la passione. Purtroppo, non esistono corsi di “passione”. Forse, è meglio così.

Per concludere: spesso ci scrivono maestre e maestri per confrontarsi con noi. Spesso, constatiamo che troppe maestre e maestri lavorano in condizioni difficili e che il nostro paese non è certo il migliore in cui insegnare. Però, imparare a gestire il clima emotivo e lavorare sulla comunicazione è ugualmente necessario: per quanto la situazione sia disperata, un buon comunicatore (o un comunicatore empatico) farà la differenza.

Saper aspettare: la chiave di tutto!

 

La capacità di saper aspettare: la chiave di tutto!

Capita spesso che nella vita non si possa avere subito ciò che si vuole; mentre alcuni lo vedono come un peso, altri usano la loro capacità di posticipare la gratificazione per cambiare la loro vita.

Gli Americani chiamano conscientiousness, questo ingrediente segreto che differenzia le persone normali da quelle di successo.

persona di successo

Questa coscienziosità, se possiamo tradurla così, è stata oggetto di studi per più di 35 anni e sarebbe costituita da due fattori imprescindibili per riuscire nella vita: autocontrollo e capacità di posticipare le gratificazioni.

Ed ecco perché rappresenta per i ricercatori dell’Università del Michigan uno dei migliori indicatori di successo nella vita:

Le persone coscienziose…

→ Tendono ad avere titoli di studio più alti rispetto gli altri, a prescindere dall’estrazione sociale e dalle condizioni finanziarie di partenza.
 Raggiungono maggiormente i loro obiettivi.
 Hanno maggiore successo nel lavoro: sono più pagati e più promossi rispetto agli altri.
 Sono affidabili sia sul lavoro che nelle relazioni.

 Sono resilienti: finiscono ciò che cominciano, costi quel che costi.
 Hanno delle relazioni più soddisfacenti e sono più felici sul lavoro.
  Godono di uno stato di salute migliore e vivono più a lungo perché sono consci che la loro salute è una loro responsabilitàInoltre hanno scoperto che le persone con un alto livello di coscienziosità sono molto più motivate, disciplinate e organizzate, mantengono un senso di lealtà ed integrità anche nelle condizioni più stressanti e amano lavorare.

In poche parole, le persone coscienziose ci danno dentro pur di raggiungere ciò che vogliono.

successo

Proprio per l’impatto positivo che questa caratteristica può aver nel mondo lavorativo ed imprenditoriale, i ricercatori hanno provato di capire come ci si può allenare alla coscienziosità e quali sono gli errori che ne compromettono lo sviluppo. E guarda a caso, questa qualità si sviluppa nell’infanzia.

Come incentivare l’auto-controllo e gli errori da evitare

Negli anni 60 e primi anni 70, il ricercatore Walter Mischel ha condotto un esperimento per capire come incentivare l’autocontrollo e il rimando delle gratificazioni ‒ e di conseguenza la coscienziosità‒ nei bambini così da capire come funziona e quali errori evitare.

The Marshwallow  Experiments: quanto riesci ad aspettare?

Il primo esperimento fu il famoso “The Marshmallow Experiments” durante il quale 600 bimbi furono invitati ad aspettare 15 minuti con un dolcetto di fronte a loro senza poterlo mangiare, con la promessa (mantenuta) che ne avrebbero avuto 2 al posto di 1 nel caso fossero riusciti ad aspettare.

Dopo l’esperimento, Walter Mischel seguì alcuni dei bambini che avevano concluso il test con successo e si accorse che la maggioranza dei bimbi che erano riusciti a posticipare la gratificazione, avevano migliori risultati a scuola e successo all’università.

Questo esperimento diede spunto al vero esperimento che mostra quali errori compromettono lo sviluppo della consapevolezza e dell’auto-controllo.

È possibile rimanere coscienzioso in situazioni avverse?

Celeste Kidd e il suo team dell’università di Rochester decise di aggiornare il Marshmallow Experiment, considerando che nella vita le cose non vanno sempre per il verso giusto e che le promesse non vengono sempre mantenute, per capire quanto l’ambiente esterno poteva influire sulle capacità dei bambini.

28 bambini tra i 3 e i 5 anni furono portati in una stanza dove avrebbero dovuto disegnare e colorare. Di fronte a loro c’era una trousse con delle vecchie matite. Potevano scegliere se usare quelle matite o aspettare per riceverne di nuove. La maggioranza decise di aspettare.

Passò quasi un quarto d’ora prima che l’assistente tornasse con le matite. Nel primo gruppo, tornò con tantissime matite nuove che fecero brillare gli occhi dei bimbi, nel secondo gruppo invece tornò con delle vecchie matite dicendo che purtroppo si era sbagliata e che non c’erano matite nuove. È inutile dire come si sentirono i bambini a questa notizia…

Dopo qualche tempo, gli stessi bambini seguirono il Marshmallow Experiment. Quelli del primo gruppo furono tutti ben disposti ad aspettare, quelli del secondo gruppo invece, dopo la brutta esperienza che avevano avuto la prima volta con le matite, non vollero saperne di aspettare e piombarono sul dolcetto senza esitazioni, come per dire: “Piuttosto di niente, meglio piuttosto!”.

Questo esperimento prova quanto un bambino ingannato, e che perde fiducia nella persona che rappresenta l’autorità, tenderà poi ad accontentarsi pur di non perdere ciò che ha, con grandissime difficoltà a posticipare le gratificazioni e diminuendo così le sue possibilità di successo in età adulta.

Il successo si basa sulla fiducia

Nel riuscire ad aspettare per ciò che vorremo, viene quindi coinvolta la pazienza, l’auto-controllo ma sopratutto la fiducia che la ricompensa comunque giungerà.

Purtroppo una persona ingannata con finte promesse già da piccola difficilmente avrà  fiducia nelle autorità e nelle persone che la circonderanno, aumentando di conseguenza i suoi livelli di ansia e la probabilità di comportamenti disfunzionali.

Perché:

1. Il mondo è ingiusto e bisogna lottare per mantenere ciò che si ha.
2. Non ci si può fidare di nessuno e quindi bisogna riuscire a fare tutto da solo/a.

Queste convinzioni hanno pesanti ripercussioni sopratutto nella vita professionale e relazionale delle persone che vivono in uno stato di ansia perenne.

Hanno poca fiducia negli altri e quindi non riescono a delegare, si caricano di lavoro oltre misura, ma sopratutto non riescono ad avere la fiducia necessaria nel domani da poter posticipare una gratificazione, con tutti i danni che questo può causare.

Ma ciò avrà validità solo fino a quando continueremo a considerare la fonte di autorità come esterna a noi.

Se invece consideriamo noi stessi come l’autorità da rispettare ‒  preferendo un locus of control interno al locus of control esterno‒ , allora saremo più inclini all’autocontrollo, alla coscienziosità e alla consapevolezza, aumentando di conseguenza le nostre probabilità di successo nella vita.

bambini

In definitiva la coscienziosità, l’autocontrollo e la pazienza ‒tutti gli ingredienti indispensabili per vivere una vita appagante‒, sono in realtà dei “muscoli” che possiamo allenare già dalla più giovane età.

Di Sandra Saporito

Siamo tutti nati originali e moriamo da copie

Non esiste prigione peggiore di una mente chiusa

Se una mente che si apre non ritorna alla sua dimensione originale, colui che si libera non accetterà mai di tornare in prigione; perché per quanto avverse siano le condizioni, il principio di autonomia è dentro di noi, quando decidiamo di rompere la paura di aprire gli occhi e cominciamo a vedere.

Carl Jung una volta disse che “Siamo tutti nati originali e moriamo da copie”

Analizzando la frase di Jung alla luce della contemporaneità, potremmo trovare un enorme problema, dal momento che viviamo in un mondo governato brevemente dalla libertà.
Cioè, il più grande fondamento della nostra società è la libertà, che si dirama in molti aspetti, dall’economico al comportamentale.
Tuttavia, se guardiamo in profondità, realizzeremo che questa struttura mondiale “libera” esiste solo sul piano teorico, e quindi siamo solo riproduttori dell’ordine esistente o semplicemente copie, come sostiene Jung.

Ovviamente, la nostra visione del mondo ha influenze esterne, questo è un processo naturale. Nello stesso modo in cui la vita nella società ha bisogno di regole per mantenere la vita sociale entro certi limiti etici.
Pertanto, pensare all’esercizio della libertà come qualcosa di illimitato è impossibile, poiché tutte le cose hanno il loro contrappunto e limiti.
Tuttavia, l’esistenza di punti limitanti non implica l’inesistenza della libertà e il condizionamento senza restrizioni dei valori passati da un ordine “superiore”.

Tuttavia, questo è quello che è successo, siamo stati ridotti in schiavitù o, ricordando il Neto Pitta, “colonizzati dal pensiero degli altri”.
E peggio, per un’ideologia estremamente dannosa per noi come esseri umani.
Siamo stati ridotti alle statistiche, in cui siamo divisi tra condizionato e incondizionato.

Cioè, non esiste una tale concezione di un essere libero, che esercita la capacità di ragionamento e affetto per discernere ciò che vuole e desidera. Tutti sono potenzialmente domestici.

Questo controllo viene effettuato attraverso la conversione alla società dei consumi e ai suoi valori fondamentali, che riducono tutto a un valore di mercato precario, rotatorio e obsoleto.
I media con tutti i loro tentacoli sono al servizio del grande capitale, che non mira nient’altro che la conversione di più persone, contemplando il dio del consumo nel suo tempio più grande:
i centri commerciali.
Luogo di gioia, soddisfazione, vuoto e libertà illimitata, almeno teoricamente o mediamente.


 

Si invidia perchè insodisfatti di noi

Colui che è infastidito dalla gioia altrui è una persona profondamente insoddisfatta

L’invidia è uno dei mali moderni e colpisce molte persone che desiderano avere ciò che gli altri non hanno e non solo, desiderano pure che gli altri non lo abbiano!

Al giorno d’oggi si invidiano gli oggetti materiali, ma non solo, pure un’emozione che non si può comprare: la felicità!

E se teoricamente la felicità è contagiosa, per alcune persone la felicità altrui viene invidiata e nascono sentimenti di odio.

Vi è mai capitato di esprimere la vostra felicità esternamente e che qualcuno vi abbia detto di “moderare le vostre esternazioni” o abbia usato dei commenti sarcastici? O magari qualcuno ha cercato di sminuire un premio che avete ottenuto al lavoro o un complimento che avete ricevuto e che vi ha fatto piacere? Ebbene, non lo ha fatto perché aveva mal di testa o perché vi trovavate in un ambiente che magari richiedeva silenzio, lo ha fatto solo per invidia, per farvi del male. Ha voluto frenare la vostra gioia di proposito, per farvi stare male, vi ha voluti farvi sentire in colpa.

Risultati immagini per INVIDIA

Tendenzialmente le persone che si comportano così, invidiando le persone felici o cercando addirittura di frenare la loro gioia, è perché sono profondamente infelici, odiano la gente e invidiano ogni cosa. Le persone infelici odiano le persone felici e si arrabbiano con loro, cercando di proiettare su queste le loro frustrazioni interne.

Ciò che si nasconde nel profondo della psiche delle persone invidiose della gioia altrui, è il fatto di sentirsi inferiori, si comparano continuamente agli altri e sentono che non potranno mai avere ciò che gli altri hanno, in questo caso la gioia (essendo la gioia un’emozione che deriva da diversi fattori, magari dovuta ad un evento o al fatto che in un periodo della vita le cose vanno particolarmente bene).

Non cadiamo nella trappola, non rinunciamo al nostro momento di gioia per colpa dei commenti delle persone o dei loro sguardi. Non cediamo la nostra energia a questi vampiri, perché è questo che fanno: ci rubano la nostra felicità e la nostra energia, difatti, quando abbiamo a che fare con persone simili, ci si sente stanchi.

Per evitare di essere contagiati da queste persone tossiche, evitiamole finché possiamo e se fanno parte del nostro ambiente lavorativo o famigliare, stabiliamo dei limiti, usiamo il “sì” e il “no”.

Violenza psicologica

I LIVIDI INVISIBILI DELLA VIOLENZA PSICOLOGICA

violenza psicologica manipolazione mentale
Copyright immagine © Global Humanitaria Italia Onlus

I LIVIDI INVISIBILI DELLA VIOLENZA PSICOLOGICA

La violenza non è sempre visibile e non avviene soltanto tra le mura domestiche.

Esiste una violenza psichica molto più insidiosa di quella fisica, non facilmente identificabile e ancor più difficile da dimostrare: una sorta di stalkingbullismo e mobbing in un unico e crudele meccanismo di sopraffazione che non lascia lividi sulla pelle ma che conduce alla malattia e spesso alla morte.
Le parole sbagliate, le offese, le critiche, le accuse, l’assenza di parole come scusa e grazie, la mancanza di rispetto, la svalutazione in forma ironica, la pressione sessuale, il silenzio, la menzogna, le minacce e i ricatti affettivi, l’oppressione e il controllo della libertà personale, il tradimento della fiducia riposta, la diffamazione, la calunnia, persino il pettegolezzo, sono soltanto alcune forme con le quali si manifesta uno degli abusi mentali più subdoli e devastanti per un essere umano, la violenza psicologica. Il tutto nascosto sotto atteggiamenti spesso affettuosi che confondono la vittima fino ad annullarne completamente la personalità.

Tecniche di abuso comuni nei rapporti interpersonali malati,  nelle relazioni conflittuali tra partner, nelle famiglie disturbate, nelle persone narcisiste, nei soggetti che per combattere la propria inferiorità hanno bisogno di avere accanto persone fragili da dominare, negli individui che per superare la propria insoddisfazione personale necessitano di sopraffare l’altro fino a distruggerlo, ma anche negli ancor più gravi casi di sindrome di alienazione parentale, ovvero quando uno dei genitori separati condiziona e controlla il figlio per allontanarlo dall’ex coniuge.

Tale manipolazione può avvenire indifferentemente nelle relazioni coniugali, tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli, tra amici o colleghi di lavoro. È la quotidianità del rapporto ad esporre la vittima ad un prolungato stress emotivo, provocandole un sovraccarico allostatico che degenera in malattie della pelle, problemi cardiovascolari e respiratori, disturbi comportamentali e persino cancro.

In questo contesto si inserisce il gaslighting, un fenomeno poco conosciuto e ancora troppo sottovalutato, basato sulla destabilizzazione della vittima attraverso la negazione di fatti realmente accaduti. Il nome deriva da Gas Light, un’opera teatrale del 1938 il cui tema fu ripreso nel film italiano Angoscia di George Cukor.

Nello specifico di una relazione sentimentale, si tratta di sottili maltrattamenti ricorrenti che comprendono denigrazioni e frasi offensive pronunciate anche in presenza di altre persone: “Scusatela, mia moglie è una deficiente” –  “Senza di me non sei nessuno” – “Sei scemo come tuo padre” – Non capisci niente”, per citarne alcune –  atte a minare l’autostima della vittima, la quale perderà qualsiasi capacità decisionale e di problem solving e farà di tutto per assecondare l’aguzzino pur di non generare malcontenti.

Il gaslighter, dal canto suo, alternerà momenti di affetto ad esplosioni di rabbia, tenderà al vittimismo, accuserà la persona manipolata di essere la causa della sua infelicità e dei suoi insuccessi lavorativi, confondendola. Inizialmente la vittima tenterà di difendersi, di far valere le sue ragioni, ma nel tempo eviterà qualsiasi discussione ed annullerà la sua capacità di giudizio. A questo alternarsi di presenze e mancanze in una relazione affettiva, seguono spesso minacce di abbandono, maltrattamenti di animali domestici, privazioni economiche, allontanamento dai figli o dal nucleo familiare, isolamento da amicizie e familiari, perdita di uno status e, nel caso di un rapporto di lavoro, licenziamento. Tutto con il preciso scopo di mantenere il controllo della persona manipolata che a sua volta cercherà il riconoscimento del suo carnefice e diventerà sempre più dipendente e pronta a idealizzarlo, che sia il capo d’ufficio, il genitore, il fratello o l’amica.

Una sorta di plagio, o meglio, di svuotamento mentale che azzera giorno dopo giorno l’identità della persona manipolata fino all’isolamento sociale. La vittima si chiuderà in casa e si allontanerà dai suoi affetti e dalle amicizie, diventando più vulnerabile, profondamente insicura e dipendente dal carnefice del quale giustificherà ogni atteggiamento.

E’ stato dimostrato scientificamente che una persona posta in un ambiente privo di interferenze che possano ricondurla alla sua identità e al suo vissuto, sia facilmente condizionabile. Non a caso, i detenuti nei campi di prigionia vengono chiamati con un numero e non con il nome.

Sono numerose le persone che a causa di ripetuti traumi psicologici sviluppano la cosiddetta “sindrome del cuore infranto“, una patologia del miocardio che si manifesta con dolore improvviso al petto, tipico dell’infarto, che nella maggior parte dei casi non è letale ma che interferisce profondamente con la qualità della vita.

Nel video seguente un interessante intervento a cura della dott. ssa Cinzia Mammoliti, esperta in violenza psicologica e manipolazione mentale, responsabile del progetto “La violenza psicologica uccide. Fermiamola ora‘.

Ad oggi non esiste una legislazione specifica che si occupi di reato di violenza psicologica, perché è difficile da individuare, perché mancano le denunce, perché è la stessa vittima incapace di riconoscere la manipolazione che sta subendo, ma il nostro ordinamento punisce con la reclusione “chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa”. Art. 610 del Codice penale al quale si aggiunge l’Art. 612 bis volto alla tutela della tranquillità psichica dell’individuo.

È comprovato tuttavia che dopo gli abusi psicologici, quando la volontà della vittima è ormai esautorata e la sua sicurezza finalmente demolita, arrivano le botte. Pertanto, quando si hanno le prime avvisaglie di manipolazione psicologica, la prima cosa da fare è quella di rivolgersi  ad un centro antiviolenza.

Qualcuno disse: “Nessuno può obbligarti a sentirti inferiore senza il tuo consenso”.  Non dimenticatelo mai, neppure un secondo.

di Alina J. Di Mattia

Meglio zitti che chiaccheroni

Non dire alle persone più del necessario

Ci sono molte persone che tifano per i nostri risultati.
Dì alla gente, al massimo, ciò che è strettamente necessario.

Ci sono persone estroverse e molto trasparenti perché non riescono a nascondere ciò che sentono, per niente. Notiamo dallo sguardo sui loro volti quando stanno bene, quando sono felici o quando sono tristi e sconvolti.
Alcuni di loro, addirittura, si aprono e raccontano come si sentono a coloro che li circondano, perché sentono il bisogno di condividere ciò che hanno dentro.

Questa, tuttavia, non è sempre una cosa positiva:

Buttare fuori le strozzature può essere molto utile, poiché, nel momento in cui noi esponiamo ciò che ci disturba, è come se dividessimo il peso, che diminuisce un po’ dalla nostra schiena.
Inoltre, l’ascoltatore vede tutto da fuori, essendo in grado di analizzare razionalmente, calmandoci.
Spesso, quando verbalizziamo i nostri sentimenti, questi possono diventare meno pesanti, meno densi, quando escono da dentro di noi.

D’altra parte però, ci possono essere alcuni che non faranno mai buon uso di ciò che sanno sugli altri.

Alcune persone non sono in grado di mantenere un segreto e, peggio ancora, travisano ciò che sanno e lo trasmettono in un modo negativo e decontestualizzato, per confondere semplicemente l’immagine dell’altro. Non saremo mai assolutamente sicuri di tutti, delle reali intenzioni di chi viene da noi, perché ci vuole molto tempo per conoscere veramente una persona.

Il nemico in casa

Sull’islam aveva ragione quella “pazza” di Oriana Fallaci

di 

26 Agosto 2014 – 14:36

L’odio per l’Occidente, il fallimento dell’integrazione: in queste righe sembra di leggere la cronaca di oggi
Aiutaci a sostenere il reportage sui cristiani perseguitati

Leggete queste righe come fossero un saggio scritto ieri, e avrete una valida analisi dei fatti di attualità degli ultimi giorni. Ma, com’è ovvio, le righe che seguono sono state scritte da Oriana Fallaci non in queste ore, ma all’indomani dell’11 settembre del 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Parole scritte con rabbia e con l’intensità di cui lei era capace, ma anche con coraggio. Un coraggio che dette fastidio a chi preferiva non intendere le sue ragioni. Abbiamo deciso di ripubblicare un estratto dei suoi scritti sul rapporto tra l’Islam e l’Occidente, che si possono leggere in versione integrale nei libri editi da Rizzoli:

Un atto di giustizia rileggerli oggi che il quadro è ancora più chiaro e molti, che le davano della pazza, sono costretti ad ammettere che invece ci aveva visto giusto.

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Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia». Anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. Incominciai con La Rabbia e l’Orgoglio . Continuai con La Forza della Ragione . Proseguii con Oriana Fallaci intervista sé stessa e con L’Apocalisse . I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic «plebaglia-di-destra». E sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia.

Il nemico è in casa

Continua la fandonia dell’Islam «moderato», la commedia della tolleranza, la bugia dell’integrazione, la farsa del pluriculturalismo. E con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un’esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Be’, il nemico non è affatto un’esigua minoranza. E ce l’abbiamo in casa. Ed è un nemico che a colpo d’occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all’occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l’automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Un nemico che in nome dell’umanitarismo e dell’asilo politico accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della «necessità» (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l’Olimpo Costituzionale. «Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi». Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all’imam. Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l’Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l’esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca.

Il crocifisso sparirà

Un nemico che appena installato nelle nostre città o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l’alloggio gratuito o semi-gratuito nonché il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà. Un nemico che ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè «col liquore». E-attenta-a-non-ripeter-l’oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce «un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani». Un nemico che in Inghilterra s’imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioè pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d’un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino.

Dialogo tra civiltà

Apriti cielo se chiedi qual è l’altra civiltà, cosa c’è di civile in una civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà. Che per libertà, hurryya, intende «emancipazione dalla schiavitù». Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell’Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. Che dei Diritti dell’Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall’Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c’è di civile in una civiltà che tratta le donne come le tratta. L’Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. È incompatibile col concetto di civiltà.

Una strage in Italia?

La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ho mai avuto. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all’Africa cioè ai Paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi.

Multiculturalismo, che panzana

L’Eurabia ha costruito la panzana del pacifismo multiculturalista, ha sostituito il termine «migliore» col termine «diverso-differente», s’è messa a blaterare che non esistono civiltà migliori. Non esistono principii e valori migliori, esistono soltanto diversità e differenze di comportamento. Questo ha criminalizzato anzi criminalizza chi esprime giudizi, chi indica meriti e demeriti, chi distingue il Bene dal Male e chiama il Male col proprio nome. Che l’Europa vive nella paura e che il terrorismo islamico ha un obbiettivo molto preciso: distruggere l’Occidente ossia cancellare i nostri principii, i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. Ma il mio discorso è caduto nel vuoto. Perché? Perché nessuno o quasi nessuno l’ha raccolto. Perché anche per lui i vassalli della Destra stupida e della Sinistra bugiarda, gli intellettuali e i giornali e le tv insomma i tiranni del politically correct , hanno messo in atto la Congiura del Silenzio. Hanno fatto di quel tema un tabù.

Conquista demografica

Nell’Europa soggiogata il tema della fertilità islamica è un tabù che nessuno osa sfidare. Se ci provi, finisci dritto in tribunale per razzismo-xenofobia-blasfemia. Ma nessun processo liberticida potrà mai negare ciò di cui essi stessi si vantano. Ossia il fatto che nell’ultimo mezzo secolo i musulmani siano cresciuti del 235 per cento (i cristiani solo del 47 per cento). Che nel 1996 fossero un miliardo e 483 milioni. Nel 2001, un miliardo e 624 milioni. Nel 2002, un miliardo e 657 milioni. Nessun giudice liberticida potrà mai ignorare i dati, forniti dall’Onu, che ai musulmani attribuiscono un tasso di crescita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all’anno (i cristiani, solo 1’1 e 40 per cento). Nessuna legge liberticida potrà mai smentire che proprio grazie a quella travolgente fertilità negli anni Settanta e Ottanta gli sciiti abbiano potuto impossessarsi di Beirut, spodestare la maggioranza cristiano-maronita. Tantomeno potrà negare che nell’Unione Europea i neonati musulmani siano ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles raggiungano il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e che in varie città italiane la percentuale stia salendo drammaticamente sicché nel 2015 gli attuali cinquecentomila nipotini di Allah da noi saranno almeno un milione.

Addio Europa, c’è l’Eurabia

L’Europa non c’è più. C’è l’Eurabia. Che cosa intende per Europa? Una cosiddetta Unione Europea che nella sua ridicola e truffaldina Costituzione accantona quindi nega le nostre radici cristiane, la nostra essenza? L’Unione Europea è solo il club finanziario che dico io. Un club voluto dagli eterni padroni di questo continente cioè dalla Francia e dalla Germania. È una bugia per tenere in piedi il fottutissimo euro e sostenere l’antiamericanismo, l’odio per l’Occidente. È una scusa per pagare stipendi sfacciati ed esenti da tasse agli europarlamentari che come i funzionari della Commissione Europea se la spassano a Bruxelles. È un trucco per ficcare il naso nelle nostre tasche e introdurre cibi geneticamente modificati nel nostro organismo. Sicché oltre a crescere ignorando il sapore della Verità le nuove generazioni crescono senza conoscere il sapore del buon nutrimento. E insieme al cancro dell’anima si beccano il cancro del corpo.

Integrazione impossibile

La storia delle frittelle al marsala offre uno squarcio significativo sulla presunta integrazione con cui si cerca di far credere che esiste un Islam ben distinto dall’Islam del terrorismo. Un Islam mite, progredito, moderato, quindi pronto a capire la nostra cultura e a rispettare la nostra libertà. Virgilio infatti ha una sorellina che va alle elementari e una nonna che fa le frittelle di riso come si usa in Toscana. Cioè con un cucchiaio di marsala dentro l’impasto. Tempo addietro la sorellina se le portò a scuola, le offrì ai compagni di classe, e tra i compagni di classe c’è un bambino musulmano. Al bambino musulmano piacquero in modo particolare, così quel giorno tornò a casa strillando tutto contento: «Mamma, me le fai anche te le frittelle di riso al marsala? Le ho mangiate stamani a scuola e…». Apriti cielo. L’indomani il padre di detto bambino si presentò alla preside col Corano in pugno. Le disse che aver offerto le frittelle col liquore a suo figlio era stato un oltraggio ad Allah, e dopo aver preteso le scuse la diffidò dal lasciar portare quell’immondo cibo a scuola. Cosa per cui Virgilio mi rammenta che negli asili non si erige più il Presepe, che nelle aule si toglie dal muro il crocifisso, che nelle mense studentesche s’è abolito il maiale. Poi si pone il fatale interrogativo: «Ma chi deve integrarsi, noi o loro?».

L’islam moderato non esiste

Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione.

Ecco cos’è il Corano

Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli.