La suorina


Elisabetta Trenta, Dagospia: c’è lei dietro l’elezione della Von der Leyen, l’sms che lo dimostra

La bomba la sgancia Dagospia, in un “Dagoreport” che esordisce così, andando dritto al punto: “Non molti sanno che dietro il voto grillino alla Von Der Leyen c’è Elisabetta Trenta. È stata lei ad aprire i contatti tra la tedesca e i 5 Stelle quando è arrivata sul tavolo l’ipotesi della sua candidatura”. Secondo Dago, insomma, dietro al voto per la presidenza della Commissione europea che ha minato, forse definitivamente, i rapporti tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ci sarebbe proprio la Trenta, il ministro della Difesa schieratissimo contro la Lega e il suo vicepremier.

Dago prosegue sottolineando come “le due si sono conosciute meno di un anno fa a Bruxelles durante i vertici Nato. Hanno stretto un rapporto: bilaterali, saluti, colazioni, caffè. Tanto che dopo la sua nomina la von der Leyen ha scritto un messaggio alla Trenta: You did that, I will remember. Tnks (È merito tuo, me ne ricorderò, grazie, ndr)”. Insomma, le relazioni tra le due sarebbero molto più che solide. E proprio queste relazioni avrebbero spinto la Trenta a brigare per un voto che, per il M5s, ha poco senso. Così come poco senso ne ha avuto per Salvini, che sulla faccenda ha picchiato durissimo.

Dunque, Dagospia avanza il sospetto: “Vai a vedere che la Trenta potrebbe essere la candidata italiana a Commissario Ue dopo la rinuncia di Giancarlo Giorgetti“. Uno scenario che, se si realizzasse, sarebbe gravissimo. “D’altronde – conclude Dago – la stessa Ursula ha detto che all’Italia spetta un commissario, ma i commissari “li scelgo io”, specificando che intende avere un esecutivo perfettamente paritario tra uomini e donne. Se i paesi membri non presentano abbastanza nomi femminili, respingerà le candidature, anche quelle meritorie”.

Secondo me…


mettendo Zingaretti (non l’attore ma il clown) al vertice degli uomini dell’opposizione, ma solo ed esclusivamente per una mera constatazione data dalla percentuale di possibili futuri voti,
in questo particolare momento storico politico, non c’è nessun personaggio che possa permettersi di giudicare o peggio ancora, ADDITARE, nessun componente del Governo Conte.

Tutti, ma dico proprio tutti, sono sotto scacco della magistratura per azioni fatte come dei “malamente” in capo ad indagini PENALI e civili.

NON CE NE UNO CHE SI SALVA.

Hanno solo la stragrande maggioranza dei venduti della comunicazione che li vanno ad intervistare o che parlano di loro per pura sudditanza da psicolabili.

Il Governo non ha vita facile già di suo in quanto composto da due componenti politiche antitetiche,
ma è l’unico possibile in questo frangente

Anzi l’unico che ci può liberare dal vecchiume del passato, prossimo, fortunatamente, alla sua fine naturale per finito contratto di locazione su questa terra.

Dobbiamo, ognuno di noi, sostenere le proprie parti politiche e farle ragionare per il bene del Paese.
Un pò più difficile sarà farlo con i presuntuosetti e “saccio tutto io” dei Grillini.

Ma come dice Matteo Salvini, guardiamo i risultati ed andiamo avanti… se si può.

gm

Un’eredità pesantissima


Von Der Leyen lascia in Germania un’eredità molto pesante

Per Martin Schulz, la nuova presidente della Commissione Europea era il peggior ministro del governo tedesco. Durante il suo mandato alla Difesa, ha fatto troppo poco e troppo tardi per risollevare l’esercito dalle sue pessime condizioni. E il ministero è stato toccato da scandali dei quali è ancora chiamata a rispondere in patria

ursula von der leyen scandalo consulenze controversie

Secondo un recente sondaggio della Bild am Sonntag, Ursula Von Der Leyen era il secondo ministro meno popolare in Germania prima che, eletta presidente della Commissione Europea, lasciasse la guida della Difesa ad Annegrette Kramp-Karrenbauer. Per Martin Schulz, ex leader dell’Spd, era il “membro più debole” del governo di Berlino, ed è probabilissimo che proprio i socialisti tedeschi siano stati tra i ‘franchi tiratori’ che non ne hanno votato l’investitura a Bruxelles.
‘Die Welt’ ha scritto addirittura che la sua nomina alla guida dell’esecutivo comunitario è una “liberazione” per il suo Paese. ​

Unico membro delle amministrazioni di Angela Merkel a essere ininterrottamente al governo dal 2005, Von Der Leyen in patria non è per niente amata.
E, se il bilancio del suo mandato come ministro della Famiglia prima e del Lavoro poi è, al netto di qualche controversia, tutto sommato positivo, a oscurare la stella di colei che era stata considerata a lungo la delfina della cancelliera (altro ruolo in cui fu rimpiazzata da AKK, prima che crollassero anche le quotazioni di quest’ultima) è la sequela di scandali ed errori collezionati da ministro della Difesa, incarico che ha ricoperto dal 2013.
Oggi lascia un’eredità talmente negativa che un deputato del suo stesso partito, la Cdu, confidò al Financial Times che “è una buona notizia per l’esercito che se ne stia andando” giacché “i suoi anni al ministero sono stati davvero duri per le forze armate”.

Lunedì scorso Von Der Leyen, in una sorta di messaggio di addio alla Bundeswehr (aveva annunciato che si sarebbe dimessa anche se non fosse stata eletta presidente della Commissione), aveva sottolineato che dopo vent’anni di tagli al bilancio finalmente le risorse a disposizione delle forze armate stavano aumentando “di oltre un terzo” e che il numero dei soldati “stava crescendo di nuovo”.

“Abbiamo ordinato miliardi di euro di equipaggiamento moderno e abbiamo sviluppato nuove competenze in campo di difesa digitale e cibernetica”, ha rivendicato. Si tratta però di un’inversione di tendenza tardiva. Perché appena un anno fa le condizioni dell’esercito tedesco erano pressoché disastrose.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo

Se Donald Trump ha più volte attaccato la Germania per lo scarso contributo alla Nato, ha le sue buone ragioni.
Nel 2018 Berlino aveva stanziato per la Difesa l’1,2% del Pil (dati Sipri), contro, ad esempio, l’1,7% dell’Italia.
Si parla comunque di quasi quaranta miliardi di euro, non una cifra irrisoria.
Ma insufficiente o, più probabile, non allocata in maniera adeguata, concentrata com’è quasi tutta sulle forze di terra.
La Marina tedesca ha infatti dimensioni piuttosto limitate: 65 navi, un numero lontano non solo dalle circa 180 imbarcazioni militari messe in campo da Francia e Italia ma anche dal centinaio scarso di Spagna e Grecia.

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Ursula von der Leyen passa in rassegna il 33mo battaglione Panzergrenadier

Ars Technica una anno fa un aveva snocciolato dati impietosi: le fregate della nuova classe F-125 non erano state consegnate perché solo 5 su 13 avevano superato il collaudo in mare.
E i sommergibili eredi dei temibili U-Boot?
L’ultimo che era rimasto in servizio era stato ritirato per riparazioni.
Gli altri erano tutti in attesa dei pezzi di ricambio.

La situazione dell’aeronautica risultava altrettanto preoccupante.
Su 109 aerei da combattimento Typhoon a disposizione, nel 2015 solo 42 risultavano pronti all’impiego a causa dei problemi di manutenzione.
Su 89 bombardieri Tornado, appena 38 erano operativi. Per quanto riguarda gli elicotteri, la situazione non migliora: solo 12 dei 62 Tiger e 16 dei 72 CH-53 potevano essere utilizzati per le esercitazioni.
Un destino ironico per un Paese che fu vicino a conquistare l’intera Europa proprio grazie all’uso letale e innovativo dell’aviazione da guerra.

Manici di scopa per le esercitazioni Nato

A rendere Von Der Leyen la carta vincente nel compromesso tra Francia e Germania sulle nomine è l’europeismo sfoggiato nel suo ruolo di ministro della Difesa.
Con lei Berlino ha aderito a un progetto congiunto con Parigi per lo sviluppo di aerei da combattimento e carri armati e ha addirittura aiutato la Francia nella missione per stabilizzare una ex colonia transalpina, il Mali.
In seguito all’annessione russa della Crimea, la Bundeswehr ha poi guidato l’esercitazione di un reggimento multinazionale in Lituania, e i compiti di pattugliamento aereo dei Paesi baltici sono stati affidati alla Luftwaffe.

Tutte cose che hanno entusiasmato Emmanuel Macron, lieto del sostegno di Von Der Leyen al progetto di una Difesa europea congiunta come primo tassello degli Stati Uniti d’Europa.
Molto meno entusiasmanti sono però le condizioni nelle quali l’esercito tedesco si presenta alle grandi manovre. Pur venendo da una delle nazioni più ricche del mondo, i soldati della Bundeswehr (che un ufficiale britannico avrebbe bollato con sprezzo come una “aggressiva organizzazione di campeggiatori”), finiscono a volte per non avere nemmeno i fucili per le esercitazioni.

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Ursula Von Der Leyen

Aveva fatto il giro del mondo la notizia secondo la quale, durante un’esercitazione Nato avvenuta nel settembre 2017 in Norvegia, gli effettivi del Panzergrenadierbataillon 371 si ritrovarono senza abbastanza armi.
Mancavano il 31% dei fucili necessari, il 41% delle pistole e ben tre quarti dei visori notturni richiesti.
I soldati furono costretti a dipingere dei manici di scopa di nero e attaccarli ai blindati Boxer perché almeno visivamente dessero l’idea. Un portavoce del ministero della Difesa teutonico ammise di aver ricevuto segnalazioni a riguardo dal battaglione e affermò candidamente di non avere alcuna spiegazione per un episodio tutt’altro che isolato.

Nel 2014, riporta il Telegraph, le forze speciali del Kommando Spezialkrafte dovettero ritirarsi imbarazzati da un’altra esercitazione Nato perché non gli era stato fornito un elicottero.
Von Der Leyen fu costretta a dichiarare che Berlino non poteva rispettare i suoi impegni con l’Alleanza Atlantica a causa di una carenza di mezzi i cui effetti si stavano colorando di comicità involontaria.

In numerose caserme, per esempio, le autoblinde mancanti per le esercitazioni erano state sostituite da banali Mercedes Vito.
Il ministro promise di correre ai ripari.
Quattro anni dopo, il budget militare tedesco era sceso ulteriormente, dall’1,3% all’1,2% e lo stato di abbandono del parco mezzi era peggiorato ancora, tanto da rendere un vero incubo l’attesa della prossima esercitazione della Very High Readiness Joint Task Force, brigata multinazionale della Nato.

Appena un anno fa, infatti, dei 244 carri armati Leopard in organico, 105 risultavano “pronti all’uso” ma appena nove erano armati secondo i requisiti richiesti dalla manovra.
Insomma, se un giorno la Russia decidesse davvero di attaccarci, sarebbe meglio non contare troppo su Berlino.
Nel 2019, gli stanziamenti sono finalmente saliti, di quasi cinque miliardi, il maggior incremento dalla fine della Guerra Fredda.
Ma il totale è salito ad appena l’1,35% del Pil, sempre molto al di sotto dell’obiettivo Nato del 2%.

Lo scandalo delle consulenze

Le macchie nel mandato di Von Der Leyen vanno però ben oltre il discutibile stato delle forze armate.
Tra gli scandali che hanno segnato i suoi anni alla Difesa il più grave è quello che riguarda i ricchissimi contratti assegnati a società di consulenza esterne in maniera diretta, ovvero senza gara.
La questione, sollevata dalla Corte dei Conti, ha portato all’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta.
L’accusa è di appalti illeciti e, essendo l’indagine ancora in corso, Von Der Leyen verrà molto probabilmente chiamata a risponderne di fronte al Bundestag nei prossimi mesi.

Si tratta di una vicenda molto complessa che ha al suo centro Katrin Suder, un ex manager di McKinsey assunta nel 2014 come segretario agli armamenti.
Il suo ruolo, sulla carta, era quello di velocizzare le procedure di approvvigionamento.
Un ruolo che Suder avrebbe interpretato con molta disinvoltura.
Durante il suo mandato, le spese in consulenze esplosero.
Molti contratti furono aggiudicati alla McKinsey stessa.
Altri alla rivale Accenture, che dal 2014 al 2018 vide le commesse dalla Bundeswehr crescere di oltre 40 volte, passando da meno di mezzo milione a ben 20 milioni.
Contratti che risulterebbero illeciti non solo perché assegnati in maniera irregolare ma perché non necessari.

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Katrin Suder

Von Der Leyen ammise gli errori ma cerco di rubricarli a incidenti fisiologici in una fase di imponente aggiornamento delle dotazioni dell’esercito.
Il sospetto è però che dietro a un simile giro di denaro ci fossero clientele e nepotismo.
È difficile infatti non collegare l’enorme incremento del valore delle commesse ad Accenture con l’amicizia tra Suder e un manager di questa società, Timo Noetzel.

E Suder non è l’unico contatto di alto livello che Noetzel vanta nella Bundeswehr.
Il capo del dipartimento pianificazione, struttura che ha una forte influenza negli appalti, è il generale Erhard Bühler, che fu addirittura padrino di battesimo dei figli di Notzel.
Sia Suder che Bühler hanno ammesso le relazioni personali con Noetzel ma hanno negato che ciò abbia avuto un’influenza nei contratti concessi ad Accenture. I membri della Commissione del Bundestag non ne sono affatto convinti.

Il caso, esploso nel 2018 con la pubblicazione sui media di documenti interni della Corte dei Conti, si è poi arricchito di una serie di nuovi dettagli che sarebbe lungo approfondire. Verrà fuori, ad esempio, che a beneficiare di appalti senza gara era stata anche una società dove lavorava il figlio stesso della Von Der Leyen.
E il ricorso della Difesa dai consulenti era arrivata a un punto tale che ai dipendenti di tali società sarebbero stati concessi i benefici dei dipendenti del ministero, dai contributi assicurativi all’accesso alla rete intranet.
Un illecito rivelato dallo Spiegel e sul quale sta indagando la magistratura.

Quel che non è chiaro è quanto la Von Der Leyen fosse connivente con questo meccanismo.
L’indagine interna aperta dal ministero sulla vicenda è stata definita dalla commissione d’inchiesta “superficiale, piena di buchi, contraddittoria e insufficiente ad affrontare problemi di queste proporzioni”.
Quel che è certo è che il ministro non assunse alcuna iniziativa disciplinare nemmeno quando lo scandalo era diventato di dominio pubblico.

Il finto rifugiato che progettava attentati

Un altro caso che fece parecchio rumore fu quello di Franco A., un tenente neonazista che era riuscito a fingersi un rifugiato siriano, ottenendo persino asilo nel 2016.
L’obiettivo dell’ufficiale era commettere un attentato terroristico per mettere in cattiva luce i rifugiati.
Tutto ciò senza che nessuno si accorgesse di nulla. Venne fuori che molti superiori del tenente conoscevano le sue tendenze politiche ma non avevano reagito in alcun modo.
Un allargamento delle indagini portò all’identificazione di 275 membri dell’esercito sospetti di essere contigui all’estrema destra.

La risposta del ministro non fu un’ammissione, almeno parziale, di responsabilità, bensì una violenta critica ai vertici della Bundeswehr, da lei accusati di avere un “problema di attitudine” e “mancanza di leadership”.
Parole considerate oltraggiose dai generali, che reagirono ricordandole che, se un problema di leadership c’era, era lei la principale responsabile.
Fu in quel momento che il rapporto di fiducia tra le forze armate e il ministro si ruppe in maniera irrimediabile.


Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.
Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

AGI – estero

Con i fichi secchi non si fa matrimonio


BASTA DEMAGOGIA: FARE POLITICA COSTA!

 


È l’ora di seppellire l’idea che si possa fare politica a costo zero. La vicenda dei finanziamenti russi alla Lega, fondata o infondata che sia, qui non interessa, impone di riaffrontare il tema dei finanziamenti.

La democrazia costa e costa la sua gestione.
E siccome i partiti sono lo strumento principale per il funzionamento della complessa macchina sociale e istituzionale, occorre mettere nel conto i loro oneri.
Nelle democrazie mature il finanziamento pubblico è lo strumento prescelto per consentire a tutti i gruppi sociali, anche privi di mezzi economici propri, di entrare in Parlamento, per esercitare lì e non solo nelle piazze, le libertà costituzionali.
Accanto al pubblico, le democrazie mature ammettono il finanziamento dei privati. Il dosaggio tra i due cambia da paese a paese, ma, dove la democrazia ha radici profonde, la contribuzione pubblica è sempre prevista, dalla Germania alla Francia, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti.

Da noi la situazione è diversa: i contributi pubblici sono stati eliminati e quelli privati limitati fortemente.
Si è ragionato pressappoco così.
La pancia degli elettori brontola dalla fame di giustizialismo per episodi illegali di gestione delle risorse pubbliche? Et voilà, si aboliscono tutte le forme di finanziamento statale, compresi, dal 2018, i rimborsi per le spese elettorali.
Non è finita.
La pancia di una parte della sinistra e dei movimenti neo sinistroidi reclama la ghigliottina sui ricchi finanziatori? Et voilà, l’invidia sociale si trasferisce sul terreno dell’esercizio delle libertà politiche e s’inchiavardano anche i finanziamenti privati con regole intrusive nella privacy dei donatori, obbligandoli a rendere pubblica la loro appartenenza partitica anche per somme esigue, e regole molto limitative delle somme elargibili, fino a 100 mila euro all’anno.

Questo modo rozzo di fare scelte essenziali per la vita democratica del Paese è distruttivo della funzione mediatrice della politica.
È il risultato di stagioni fondate sulla propaganda, è il frutto malato dei tempi anch’essi malati della democrazia liberale
.

È vero: casi riprovevoli di uso del denaro pubblico ve ne sono stati, ma la soluzione alle malefatte non è la compressione della partecipazione attiva alla politica. Un conto sono le ruberie, da reprimere con gli strumenti propri di uno stato di diritto e da combattere, sul piano politico, con il libero voto; altro sono misure, per così dire, preventive di azzoppamento della dialettica pluralistica di uno stato liberale.

Ed è pur vero che nella storia recente alcuni uomini d’impresa hanno investito somme ingenti nei partiti.
La preoccupazione di evitare partiti padronali, però, non solo è frutto di una visione distorta della democrazia rappresentativa: anche questi devono raccogliere voti per entrare in Parlamento; ma è soprattutto naïf: si può davvero credere che dietro ai grandi partiti non vi siano sempre stati centri economici di comando?
È probabile, allora, che i sostenitori della democrazia diretta e una parte della sinistra vogliano in realtà svuotare, con queste misure e subdolamente, lo stato liberale, limitando, in un modo o in un altro, la rappresentatività popolare.
In ballo, insomma, c’è la democrazia rappresentativa, non quisquilie
.

Riprendere in considerazione il finanziamento pubblico e rivedere le regole su quello privato, in un sapiente dosaggio, sono le uniche strade capaci di garantire una dialettica pluralistica, dinamica e costruttiva, propria di uno stato autenticamente democratico e liberale.
Non dobbiamo avere paura di tornare a ragionare: la democrazia ci ringrazierà!

mio commento:
Sono assolutamente in accordo con Giovannini in quanto realista e mai bigotto ipocrita.


 

Finita la fame di sinistra


La Grecia esce dall’inferno impostole da Ue e dalla sinistra: conservatori in vantaggio

domenica 7 luglio 11:04 – di Giovanni Trotta


La Grecia esce finalmente dall’inferno causatole dalla dittatura europea del rigore, attuato spietatamente dal governo di sinistra di Tsipras. Il periodo in questione è stato senza dubbio il più brutto per i greci dalla fine della guerra: i bancomat erogavano solo fino a 60 euro, i negozi chiudevano, i generi di prima necessità mancavano, la disoccupazione era ai massimi livelli. Manifestazioni di disperazione del popolo si sonosvolte in tutte le città, ma soprattutto ad Atene. Ora sembra che tutto questo stia per finire. Quasi 10 milioni di greci oggi sono chiamati al voto per rinnovare il parlamento.

Grecia, i sondaggi indicano la vittoria di Mitsotakis

I sondaggi prevedono una vittoria del capo dell’opposizione Kyriakos Mitsotakis, leader del partito conservatore Nuova Democrazia. E’ stato il suo successo alle elezioni europee del 26 maggio, con oltre nove punti di vantaggio sul partito di governo Syriza, a spingere il premier Alexis Tsipras a convocare elezioni anticipate rispetto alla scadenza di settembre.

Aperti alle sette di mattina (le sei in Italia), i seggi chiuderanno alle 19: si vota in 59 circoscrizioni per eleggere i 300 deputati del parlamento di Atene. Secondo un sistema elettorale in vigore per l’ultima volta, il primo partito otterrà automaticamente un bonus aggiuntivo di 50 deputati. La ripartizione dei seggi dipenderà dal numero dei 20 partiti in gara che riusciranno ad entrare in parlamento, superando la soglia di sbarramento del 3%.

Torna la democrazia in Grecia: Pasok solo terzo

I sondaggi prevedono una vittoria di Nuova Democrazia con il 36%, seguito da Syriza al 27%. Come terzo partito viene indicato Kinal, la formazione dove sono confluiti gli eredi dello storico partito socialista Pasok, seguito dai comunisti del Kke. Altri tre partiti sono in bilico attorno alla soglia del 3%. Uno è l’estrema destra nazionalista di Alba Dorata, in netto calo rispetto alle ultime elezioni. Gli altri due sono nuove formazioni di segno opposto: il partito della sinistra radicale MePa25 dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis – che alle Europee si è fermato al 2,99% – e Soluzione greca, partito nazionalista dell’ex presentatore tv Kyriakos Velopulos, entrato a sorpresa nel parlamento europeo.


 

Disgustoso a dir poco

Siamo alla follia.

Follia di cui vi abbiamo dato conto nelle ultime ore:
adesso il Pd vuole denunciare Matteo Salvini per aver fatto una foto con una poliziotta.
Sarebbe divertente se fosse una barzelletta.
Ma è tutto vero.
I democratici infatti preparano un’interrogazione parlamentare per il post il cui il ministro dell’Interno, mostrandosi con l’agente, ha scritto: “Io sto con le donne che difendono la legge, la vita e i confini, non con le delinquenti”.
Il riferimento è a Carola Rackete, la comandante di Sea Watch 3.
Il Pd è insorto al grido di “la polizia non è la guardia personale di Salvini”.
Un delirio. Totale.
Un delirio che viene commentato in modo tranchant ed assai efficace da Antonio Maria Rinaldi su Twitter. L’europarlamentare leghista, infatti, rilancia un articolo che racconta la vicenda, e aggiunge:

Bene, bene, il 40% si avvicina sempre di più

Ora Matteo Salvini rischia il processo per aver posato E postato una foto con alcune poliziotte”.
Difficile, anzi difficilissimo dar torto a Rinaldi:
simili fesserie firmate Pd non possono far altro che spingere sempre più in alto il Carroccio.


mio commento:

La cosa DISGUSTOSA però…

è pensare che una simile masnada di decerebrati rincoglioniti nullafacenti insulsi e depravati…
ci amministrava solo un anno fa e andava In europa a rappresentarci.

ECCO IL  VERO MOTIVO DELLA NOSTRA NON CONSIDERAZIONE DA PARTE LORO.


Un finanziere vale meno di una balorda rasta


L’ira della Gdf contro la toga: “Noi rischiamo la vita e Carola passa da eroina”

3 Luglio 2019

L’amarezza dei finanzieri dopo la decisione del gip su Carola Rackete: “Chi viola la legge diventa un’eroina e chi difende la patria passa per delinquente”

“Il mondo va al contrario…”. A parlare, in una intervista all’Adnkronos, è uno dei finanzieri che presta servizio nel gruppo navale della Guardia di Finanza a Lampedusa. All’indomani della decisione del gip Alessandra Vella di rimettere in libertà Carola Rackete, dopo che questa per forzare il blocco del Viminale aveva speronato una motovedetta delle Fiamme Gialle (guarda il video), l’ira è violentissima. “Chi viola la legge diventa un’eroina e chi ha difeso la patria tra un po’ passa per delinquente”, spiega il militare che preferisce restare anonimo ma che non fatica a dirsi “molto amareggiato” per il comportamento della magistratura.

“Questo provvedimento è davvero ingiusto ma soprattutto contiene molte inesattezze”. Il finanziere intervistato dall’agenzia Adnkronosha letto e riletto più volte le carte della scarcerazione della comandante della Sea Watch e non riesce proprio a digerire quel passaggio dell’ordinanza sulla nave da guerra. Pur avendo violato il divieto di attracco al porto di Lampedusa impostole dalla Guardia di Finanza, secondo la ricostruzione del gip Vella, la Rackete non avrebbe commesso alcuna violenza nei confronti di una nave da guerra né avrebbe opposto resistenza ad un pubblico ufficiale. “Lo sanno pure i bambini che l’imbarcazione della Guardia di Finanza è una nave da guerra perché issa il vessillo e ha i colori della Marina militare come nave da guerra…”, sbotta il finanziere che ricorda come, in caso di guerra, la Guardia di Finanza passa sotto l’egida della Marina militare. Non solo. Tutti i loro equipaggi appartengono al Cem, cioè appartengono al Corpo militare marittimi. Eppure il gip di Agrigento ha rigettato tutte le accuse nei confronti della camandante non convalidando l’arresto e non disponendo nei suoi confronti alcuna misura cautelare.

Nelle parole del finanziere intervistato dall’agenzia Adnkronos si può leggere tutta la frustrazione per quanto accaduto negli ultimi giorni. “Secondo qualcuno dovevamo essere noi a essere puniti”, racconta. “È una assurdità. Noi abbiamo eseguito solo ordini legittimi e invece passiamo per chi commette un reato. Non ci sono più regole certe”. Al militare sembra di trovarsi a teatro con le comparse. “Ma non so chi è il burattinaio…”, dice. “Il collega ha eseguito ordini e gli è andata bene perché poteva rischiare la vita. Per il resto andiamo avanti ma non ci sono più le condizioni per lavorare bene, in serenità”“Quando mi alzo la mattina e leggo queste cose divento matto”. Infine si chiede: “Il popolo con chi sta? Noi non abbiamo fatto abusi. Non ci sto a passare per delinquente. Proprio no”.


Furto con scasso europeo

Uno scippo che vale dai 5 agli 8 miliardi l’ anno. A far di conto è il presidente dell’ Antitrust, Roberto Rustichelli, che non utilizza certo giri di parole: la concorrenza fiscale tra i diversi partner dell’ Unione europeo, oltre a «minare la fiducia nel mercato unico», penalizza in particolare l’ Italia con un danno annuo stimato fino a 8 miliardi.

Una rapina fiscale data dalla concorrenza di imposizione fiscale privilegiata che favorisce le imprese invitandole a trasferire la residenza fiscale della società per mettere a bilancio importanti sconti di tasse. A livello mondiale – stima l’ Autorità sulla concorrenza – l’ erosione vale oltre 500 miliardi l’ anno. Insomma, un prelievo occulto sulla contabilità degli Stati da non tralasciare.

Rustichelli, al debutto pubblico con la sua prima relazione annuale alla guida dell’ Autorità garante della concorrenza e del mercato, mette sotto accusa, tra l’ altro, la «concorrenza fiscale» di cui nei fatti «beneficiano le più astute multinazionali e pone le imprese italiane, soprattutto quelle piccole e medie, ma anche le grandi società la cui proprietà mantiene comportamenti fiscali lodevolmente etici nei confronti dei nostro Paese, in una situazione di grave disagio competitivo».

MULTINAZIONALI ASTUTE
Non fa il nome ma l’ esempio di Rustichelli è chiarissimo: «Quella che era la principale azienda automobilistica italiana» che con il trasferimento della sede fiscale a Londra, e lo spostamento della sede legale e fiscale in Olanda della società sua controllante, ha causato all’ Italia «un rilevante danno economico». Insomma, ppare evidente il riferimento a Fca sotto la gestione Marchionne Ma se le singole imprese agiscono legittimamente per inseguire regimi fiscali più vantaggiosi in Europa il problema, semmai, è quello degli Stati che esercitano il dumping fiscale e sono «divenuti ormai veri e propri paradisi fiscali». Rustichelli li snocciola: Olanda, Irlanda, Lussemburgo e Regno Unito.

E se è logico che alcuni Paesi «ci guadagnano» ma rimane sostanzialmente «l’ Europa a perderci». E quindi «l’ Europa e i governi nazionali possono e devono fare di più: innanzitutto rimuovendo quelle asimmetrie e distorsioni competitive che impediscono al mercato unico di funzionare correttamente a beneficio di tutti».

Un atto d’accusa pesante tradotto dall’ Authority come «malsana competizione» che si concretizza in un condensato di «egoismi nazionali e rischia di incrinare i valori che hanno finora sorretto il processo di integrazione europea. La globalizzazione, per lungo tempo vissuta come fonte di crescita e di benessere senza fine, ha manifestato sempre più l’ altro volto».

L’Antitrust mette in guardia anche dai possibili effetti di questo meccanismo che, «se non adeguatamente controllato» potrebbe «minare alla radice i sistemi economici e spezzare le catene della solidarietà».

GUADAGNI STELLARI
Basta confrontare l’ andamento degli investimenti internazionali che «si adattano alla geografia della concorrenza fiscale». L’Italia attira investimenti esteri diretti pari al 19% del Pil. Il minuscolo Lussemburgo (appena 600mila residenti), pari ad oltre il 5.760%, l’ Olanda al 535% e l’ Irlanda al 311%. «Valori così elevati non trovano spiegazione nei fondamentali economici di tali Paesi, ma sono in larga parte riconducibili alla presenza di società veicolo», spiega la Relazione.

E proprio uno studio del ministero delle Finanze olandese – citato nella Relazione – dimostra che i soli flussi finanziari (dividendi, interessi e royalties), che attraversano le società di comodo olandesi ammontano a 199 miliardi di euro (il 27% del Pil).

di Antonio Castro


 

Fiscal Compact la nostra rovina


Il Patto di bilancio europeo, formalmente Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria (conosciuto anche con l’anglicismo fiscal compact, letteralmente “patto di bilancio“), è un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 marzo 2012 da 25 dei 28 stati membri dell’Unione europea; (per la precisione, non è stato sottoscritto da Regno UnitoCroazia e Repubblica Ceca). Entrato in vigore il 1º gennaio 2013, il patto contiene una serie di regole, chiamate “regole d’oro“, che sono vincolanti nell’UE per il principio dell’equilibrio di bilancio.

L’accordo prevede per i paesi contraenti, secondo i parametri di Maastricht fissati dal Trattato CE, l’inserimento, in ciascun ordinamento statale (con norme di rango costituzionale, o comunque nella legislazione nazionale ordinaria), di diverse clausole o vincoli tra le quali:

  1. obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3, c. 1),
  2. obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL)
  3. significativa riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL
  4. impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unionee con la Commissione europea (art. 6).

Sebbene sia stato negoziato da 25 Paesi dell’Unione europea, l’accordo non fa formalmente parte del corpus normativo dell’Unione europea.

I principali punti contenuti nei 16 articoli del trattato sono:

  • l’impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL e, per i paesi il cui debito pubblicoè inferiore al 60% del PIL, l’1%;
  • l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di ridurre ogni anno di un ventesimo dell’eccedenza;
  • l’obbligo per ogni stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati;
  • l’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale, che verrà verificato dalla Corte europea di giustizia;
  • l’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche;
  • l’impegno a tenere almeno due vertici all’anno dei 18 leader dei paesi che adottano l’euro.
  • UNA MANNAIA CHE CI COSTRINGE ALL’INDEBITAMENTO PERPETUO.

Mai più con il centrodestra


Il pugno duro sui migranti? Paga.
A musate con l’Unione Europea? Paga.
E all’incasso ci passa sempre lui, Matteo Salvini il Capitano. 
L’ uomo che ha saputo sfatare la profezia nenniana del «piazze piene, urne vuote» e che elezione dopo elezione riempie sia le prime sia (soprattutto) le seconde.

A certificare questa tendenza sono gli ultimi sondaggi della SWG che parlano di una Lega che vola al 38% (+0,8% in una sola settimana) e sembra non volersi fermare più.
Se il Carroccio sale, il Movimento Cinquestellescende (17,2% contro il 18%) e il Pd resta stabile.
Un dato questo che certifica la trasversalità ormai raggiunta dalla Lega nel raccogliere voti.
Salvini pesca tanto nel centrodestra quanto in quel elettorato di centrosinistra non ideologico, che non riconoscendosi nel Pd aveva virato sui Cinquestelle restandone scottato.

C’è poi un’ altra rilevazione assai interessante ed è quella che riguarda il centrodestra mai così forte.
Già, perché la Lega al 38% fa meglio del miglior Pdl (37,38% raggiunto alle Politiche del 2008) e se a quei voti si sommano quelli di Forza Italia (data al 6,5%, in flessione) e quelli di Fratelli d’Italia (6,4%, stabile), ecco che la coalizione arriverebbe addirittura al 51%.
Numeri che fanno aumentare le spinte interne alla coalizione che governa la maggioranza delle regioni italiane, per mettere fine all’ esperienza del governo gialloverde. Staremo a vedere.

mio commento:
Salvini non tornerà mai più con FI e FdI sono partitini finiti oramai con i quali dovrebbe scendere a compromessi peggio che con Di Maio.

Sono il vecchiume da eliminare.

Fagogiterà i grillini ma se li terrà stretti anche se arrivassero al 5% perchè gli servono per distruggere tutta la sinistra e Fico con Di Battista lo stanno aiutando forsennatamente.

Avrà da Solo, Non la Lega Non il Carroccio, oltre il 50% dei voti.
E’ trasversalmente sostenuto dal popolo non dai politicanti e questo lo sanno anche a Bruxelles e ne hanno paura
.

gm