Entrò Mister Nessuno

Il coniglio uscito dal cilindro è diventato un “coniglio mannaro”

Pubblichiamo l’articolo (“profetico”) di Antonio Socci uscito su Libero in edicola lo scorso 13 gennaio, 7 mesi prima della crisi di governo.

La porta di Palazzo Chigi si aprì e non entrò nessuno: era Giuseppe Conte. Così – parafrasando Fortebraccio – si potrebbe sintetizzare la narrazione dei media sull’ arrivo alla presidenza del Consiglio dell’ attuale premier.

È letteralmente balzato fuori dall’ anonimato, da un giorno all’altro, come un coniglio dal cilindro del mago, senza aver fatto nulla che potesse caratterizzarlo in qualche modo (come docente universitario era poco conosciuto perfino a Firenze dove insegnava). Essendo stato scelto proprio per una neutra mediazione fra M5S e Lega, sembrava un uomo senza passato, senza idee e senza identità. Ma non senza qualità. Perché – bisogna riconoscerlo – nessuno aveva capito il personaggio e quello che avrebbe fatto. Era stato del tutto sottovalutato.

Per alcuni mesi infatti è stato rappresentato (e pure spernacchiato) come il vaso di coccio fra i due vasi di ferro (Salvini e Di Maio), come l’ incolore riempitivo dell’ esecutivo gialloverde. Come lo zero che – nella previsione del deficit del Def, quella approvata dalla Ue – si è frapposto fra il 2 e il 4. Una specie di lubrificante, destinato solo a diminuire gli attriti. Era il perfetto “Conte Zio” dei “Promessi sposi”, come aveva acutamente intuito Marcello Veneziani. E infatti si adattava perfettamente alla sua attività di premier, la descrizione manzoniana di quel personaggio: «Sopire, troncare, troncare, sopire» perché «quest’ urti, queste picche, principiano talvolta da una bagatella, e vanno avanti, vanno avanti…».

A confronto delle dichiarazioni dirompenti dei due vicepremier, il Conte Zio praticava – per riprendere il Manzoni – «un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d’ occhi che esprimeva: non posso parlare». Nella compagine governativa gialloverde, dava l’ impressione di essere – ricorro ancora ai Promessi sposi – «come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c’ è nulla; ma servono a mantenere il credito alla bottega». Si era autodefinito «Avvocato del popolo» ma questa bellicosa espressione di sapore rivoluzionario era immediatamente neutralizzata dalla sua antropologia forlaniana.

L’EREDE DI FORLANI
In effetti la sua bonomia democristiana, la mitezza, l’ eleganza, la gentilezza dei modi sono parsi molto rassicuranti e lo hanno fatto crescere sempre più negli indici di popolarità. Quello che doveva essere l’ Avvocato del popolo è diventato lo Zio degli italiani. Zio Peppino, l’ affabile zio avvocato che fa sempre comodo in famiglia. Tuttavia, pian piano, si è creato uno spazio politico rilevantissimo perché il momento storico vede la contrapposizione fra il governo e le élite (l’ establishment). Così la mediazione da metodo è diventata Conte-nuto ed è emersa la cifra democristiana del premier.
O meglio (ribadisco): forlaniana. Il coniglio uscito dal cilindro è diventato un “coniglio mannaro”.

Fu appunto Arnaldo Forlani, valente leader dc, a vedersi affibbiata per primo, da Gianfranco Piazzesi, questa definizione bacchelliana – tratta dal «Mulino del Po» – che allude all’ astuzia politica e alle capacità che possono celarsi dentro un carattere mite.

La trasformazione di Conte, da Peppiniello nostro a statista forlaniano, si è appalesata nella drammatica trattativa con la Commissione europea sul Def che ha condotto in prima persona e che al tempo stesso gli ha permesso di conseguire un successo storico (dal momento che tutti prospettavano uno scontro dirompente fra Roma e Bruxelles) e di accreditarsi – presso la nomenklatura della Ue – come l’ unico vero interlocutore del governo italiano.

L’ operazione gli ha permesso anche di guadagnarsi definitivamente la fiducia del presidente Mattarella. Conte – che si è costruita una sua tela di rapporti personali a livello internazionale, in particolare con Trump e la Merkel – si è fatto ricevere in udienza privata pure da Papa Francesco, il 15 dicembre, probabilmente esibendo non solo la sua fede cattolica (cosa che a Bergoglio interessa molto relativamente), ma soprattutto la sua provenienza giovanile da quella “Villa Nazareth” che è stata il punto d’ incontro della potente corrente cattoprogressista vaticana e anche di “cattolici democratici” come Prodi, Scalfaro, Scoppola, Leopoldo Elia e lo stesso Mattarella (da lì viene anche l’ attuale Segretario di Stato vaticano, Parolin).

IL RAPPORTO COL VATICANO
Cosa si siano detti Conte e Bergoglio in quel colloquio non è dato sapere. Fatto sta che a pochi giorni di distanza, il presidente del Consiglio – sul caso dei 49 migranti, che tanto interessava al papa – ha preso la clamorosa posizione che sappiamo, pubblicamente contrapposta a Matteo Salvini: «Se non li faremo sbarcare li vado a prendere io con l’ aereo». Poi si è addirittura intestato la “soluzione” di questo caso (la ripartizione dei migranti), ancora una volta in accordo con la Ue.

D’ improvviso si è materializzato un Conte imprevisto, un vero “anti Salvini”, capace di batterlo sul terreno dove il vicepremier da sempre trionfa (quello dell’ emigrazione). Era inevitabile che in questa veste Conte raccogliesse simpatie a Sinistra. Di sicuro ha catalizzato l’ interesse degli ambienti catto-vaticani in cerca di rappresentanza nella crociata migrazionista anti-Salvini. A questo punto d’ improvviso tutti si sono accorti che Conte da comparsa era diventato un protagonista. Con quali prospettive? Il suo passato sembrava incolore. Ma lo era davvero?

L’antica collaborazione col suo famoso maestro Guido Alpa non lo caratterizzava politicamente. Gli erano state attribuite, per il passato prossimo, vaghe simpatie renziane e un’ amicizia con la Boschi, ma anche questo non sembrava una cosa significativa. Poi lui stesso ha rivelato di aver «votato per l’ Ulivo di Prodi e Pd fino al 2013». E Renzi ha sarcasticamente fatto sapere: «Conte me lo ricordo, quando ci mandava i messaggini tutto contento e entusiasta delle riforme che facevamo, della Buona Scuola, del referendum».

VECCHIE SIMPATIE DEM
In sostanza, quel Conte che sembrava senza identità, si rivela invece il classico moderato, catto-progressista, di area Pd, che probabilmente non era proprio del tutto sconosciuto – anche al Quirinale – quando Mattarella gli ha dato l’ incarico di formare il nuovo governo. Certo, il fatto che per la guida del loro primo governo i “rivoluzionari” grillini abbiano scelto un democristiano, di area Pd, strappa più di un sorriso. Ma la cosa non va letta con ironia. È un fatto emblematico che spiega molte cose.

Renzi, dopo aver ricordato quei precedenti di Conte, lo ha polemicamente pizzicato aggiungendo: «A suo tempo, nel 2015, aveva tutta un’ altra posizione sullo sforzo riformatore del Governo Renzi. È legittimo cambiare idea, specie se ti offrono incarichi importanti. Io penso che le idee valgano più delle poltrone». Ma siamo proprio sicuri che il Conte prodian-renziano abbia avuto un’ improvvisa folgorazione grillina sulla via (non di Damasco, ma) di Palazzo Chigi?

E se – diversamente da quanto pensa Renzi – Conte in realtà rappresentasse proprio una soluzione “istituzionale” per disinnescare e, alla fine, “normalizzare” il M5S? Fabio Martini, sulla Stampa, ha scritto che Mattarella «probabilmente avrebbe gradito che il Pd entrasse a far parte di una maggioranza incardinata sui Cinque Stelle con Conte premier». A quel tempo fu proprio Renzi a mettersi di traverso. Ma se con i nuovi assetti del Pd, ridimensionato Renzi, per una crisi dell’ attuale governo si ripresentasse questo scenario, non sarebbe proprio Conte il più adatto ad assumere la guida di un nuovo esecutivo M5S-Pd, benedetto da Mattarella, da Bergoglio e dalla Ue? Non è detto che ciò accada. Ma le prospettive politiche che si aprono davanti a Conte sono anche altre. E lo potrebbero “consacrare” definitivamente come il vero anti-Salvini. Come il Prodi del XXI secolo. I conti in Italia non tornano mai, ma Conte sì, tornerà.

di Antonio Socci

GIOCHINI GRILLOTINI

Giochetti grillini Sergio Mattarella, il retroscena sull’inciucio Pd-M5s: “Stavolta non lo accetterà”, Di Maio umiliato

Al Quirinale è l’ora del pessimismo.
Secondo un retroscena del Corriere della Sera, i consiglieri di Sergio Mattarella fanno sapere che “sarà molto difficile risolvere questa crisi evitando le elezioni d’autunno”.
E questo nonostante Pd e M5s, i partiti interessati dall’inciucio, stanno trattando a ritmo serrato, facendo anche cadere tabù come la conferma di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi.

Ma il Colle è scettico, soprattutto perché sa con chi ha a che fare.
Tra Lega e 5 Stelle pare finita, anche se c’è chi da entrambe le parti continua a premere per un riavvicinamento che non aiuta certo a sbrogliare la matassa.
Si giocherà tutto sui toni e le sfumature del discorso di Conte martedì al Senato, anche se le sue dimissioni al momento non sono in discussione.
Quindi si partirà con il classico giro di consultazioni tra mercoledì e giovedì, dopo le quali il presidente “verificherà in concreto, numeri alla mano, se esista una maggioranza contraria alle urne“.
Se ci sarà, e al momento l’ipotesi è concreta, concederà più tempo agli interessati.

“Ma senza che qualcuno possa illudersi di tirarla per le lunghe – sottolinea il quirinalista del CorseraMarzio Breda -.
Insomma: il presidente della Repubblica non permetterà una replica del gioco dei due forni messo in scena dai 5 Stelle dopo le ultime elezioni politiche e che snervò il Paese per 89 giorni”, una tattica che portò Di Maio a trattare coi dem e poi con Salvini, obbligando Mattarella a tre giri di consultazioni e due mandati esplorativi. Stavolta non c’è tempo, stavolta non si scherza più.

ith24

L’ascesa del nulla parlante

L’ascesa del Conte rosso: da “nessuno” a “fregatutti”, Zitto zitto cacchio cacchio se ne va..

Zitto zitto cacchio cacchio Giuseppe Conte, l’avvocato prestato alla politica Grillina, resiste. 

Gli è bastato fingersi svenuto per un paio di mesi dopo la conferenza stampa d’ inizio estate in cui lanciava un improbabile ultimatum agli alleati litiganti («se non la smettete mi dimetto», e come no ); ovvero fare il morto a galla. Et voilà: la resistibile ascesa del Conte rosso, pronto per un bis, è diventata un tema di stringente e desolata attualità, la sola nota comprensibile nella concitata cacofonia parlamentare di queste ore.

Un concerto per dilettanti allo sbaraglio (o già sbaragliati) in cui è quasi impossibile comprendere chi suona cosa e perché, inframezzato dalla silenziosa tessitura di un avvocato di provincia romanizzato nei salotti giusti e diventato celebre per il ruolo di mediatore tra Lega e Cinque stelle. Dal giugno 2018 a oggi, Conte è rimasto in apparenza identico a se stesso, pettinato e inamidato a festa come un fresco cultore della materia politica, ma in realtà si è progressivamente ritagliato uno spazio suo, una rete di protezione istituzionale italiana e straniera, un salvacondotto artificiale assemblato per contrasto rispetto al vociare contundente dei firmatari del contratto di governo. Impermeabile ai feroci motteggi di un’ opposizione democratica che fino a ieri gli dava del decerebrato e oggi lo rivaluta come fosse Aldo Moro.

Ha avviato la sua carriera a Palazzo Chigi lento e spaesato, il premier Conte, un po’ scudo umano un po’ arbitro di una partita più grande di lui. Ha impiegato tutte le sue ordinarie qualità di provinciale inurbato per non spaventare i manovratori pentaleghisti, dalla voce letargica al fraseggio incolore, e sempre in omaggio al troncare e sopire di manzoniano conio democristiano. Ma piano piano ha compreso che il Quirinale e i così detti poteri neutrali guardavano a lui, insieme con Giovanni Tria ed Enzo Moavero Milanesi, come al principale interlocutore utile a frenare le esuberanze sovraniste. Indicato daLuigi Di Maio con un gratta e vinci tra le mani, accettato dai leghisti con un grugnito d’ indifferenza, è diventato presto il rassicurante beniamino di dame e cavalieri attovagliati nelle terrazze capitoline, nonché la riserva di Repubblica (il quotidiano-partito) che ne ha caricato a pallettoni la vanità gonfiandolo come l’ anti Salvini al quale rivolgersi nei momenti di sconforto.

Lui ci ha preso gusto, si è spinto fin dove era lecito osare e anche oltre, come in quel noto dialogo da bar conAngela Merkel in cui prometteva di contrastare le chiusure dei porti stabilite al Viminale.

A forza di strizzare l’ occhio ai mandarini franco-tedeschi e agli euroburocrati, con l’ incarico ufficiale di disinnescarne le intenzioni punitive sui nostri bilanci pubblici, Conte ha compreso che per lui il 2019 poteva davvero rivelarsi un «anno bellissimo».

Fatto sta che in un anno abbondante, al dunque, questo abitante della penombra è riuscito a emergere come un esordiente stimato perché mai veramente temuto, popolare come può esserlo un venditore ambulante di sogni, disponibile come uno specchio incantato pronto ad abbellire fattezze e colori di chi vi si accosti. E dal gialloverde al rosso, sebbene stinto, per lui, non c’ è alcun salto cromatico impossibile. Quando poi nelle ultime settimane la lotta s’ è fatta smisurata e hanno cominciato a volare i piatti, Conte non ha fatto altro che dissolversi in attesa di comunicare al Parlamento le proprie deduzioni. C’ è da scommettere che rimarrà acquartierato fino all’ ultimo istante, poi si manifesterà in Aula per bersagliare lo sfidante (Salvini) con cavillosa acredine e infine riparerà contrito verso i divani di Sergio Matterella. Lì, accoccolato fra le tappezzerie regali, sfiduciato o dimissionario, il conte rosso pronuncerà le sue parole fatidiche: «Come posso continuare a servire la vostra maestà?».

Se tutti non votassero più

SE TUTTI NON VOTASSERO NON CI SAREBBE PIù LA DEMOCRAZIA MA IL VUOTO.

È lo stesso problema visto da un altro punto di vista:
aver dato incondizionatamente il diritto di voto a tutti ha creato la non democrazia.
Chi auspicha di arrivare all’80/85% di astenuti, sarebbe meglio per loro, già se ne infischiano dell’oltre 50% di non votanti.

Pensate invece se quella percentuale Bulgara, pur rischiando, in una democrazia Occidentale votasse per 1 leader solo, creando così una “dolce dittatura” illuminata.

SAI CHE SCAGAZZO VERAMENTE SUCCEDEREBBE E A MOLTI LIVELLI:
1) per l’eletto;
2) per il resto dei politicanti;
3) ma sopratutto per L’Europa e il mondo intero. 

Ciao amici e andate tutti a votare per l’unica persona illuminata del momento: Matteo Salvini

Politica surreale e folle

È tutto così splendidamente surreale.

Grillo, in un post delirante che sembra scritto da un adolescente che si sente il nuovo Joyce, dice che bisogna assolutamente fermare l’avanzata dei “nuovi barbari”, aprendo, di fatto, a un’alleanza col PD (che fino alla settimana scorsa era “Il partito di Bibbiano”).
E i “nuovi barbari” sono gli stessi che, fino letteralmente a due giorni fa, governavano assieme a lui.
Che meraviglia.

Renzi prima consegna l’Italia a un asse M5S/Lega, ingozzandosi di pop corn , poi, dopo aver ribadito per l’ennesima volta “mai con i 5 stelle!” prova a fare un governo con i 5 stelle.

Zingaretti, nel frattempo, insiste con la sua celeberrima “tattica dell’opossum”: finché resti immobile e ti fingi morto nessuno cercherà di farti del male.

Meno male che quest’anno siamo reduci da un boom economico, come aveva giustamente previsto lo statista Giuseppe Conte, altrimenti questi giochini avrebbero potuto fare seriamente male alla nostra economia.

Occuparsi di politica in questo momento storico, in Italia, è un viaggio lisergico attraverso la più grottesca miseria umana.
La situazione è grave, ma ancora meno seria del solito, in fondo.

G. Conte il nulla elegante

Giuseppe Conte, Bruno Vespa inchioda il premier: “Cosa rivelano i durissimi attacchi a Matteo Salvini”

Tutti, o quasi – grillini ovviamente in primissima fila – a puntare il dito contro Matteo Salvini: la crisi di governo è tutta colpa sua.
Per carità, difficile sostenere che non sia stato lui a volerla più di tutti.
Ma ci sono dei ma.
In primis, il fatto di averla cercata non è un male in sé, anzi.
Il governo boccheggiava, la rissa era continua, la situazione ingestibile.
Senza scordare, poi, come il M5s abbia votato contro lo stesso esecutivo e contro il premier, Giuseppe Conte, sulla mozione relativa alla Tav, innesco finale dello showdown.
Insomma, la realtà è molto più sfaccettata e complessa rispetto a quanto possa apparire a una prima analisi.

E a tal proposito, l’editoriale di Bruno Vespa su Il Giorno è a tratti illuminante. In particolare quando si parla del premier Conte, e del fatto – ormai certo – che abbia rifiutato di dimettersi, così come gli aveva chiesto Salvini dopo il crac al Senato sull’alta velocità.
Scrive Bruno Vespa:


“Eppure il rifiuto delle dimissioni da parte di Conte, la sua richiesta di una sfiducia parlamentare per opera della Lega e la durezza delle sue parole contro Salvini confermano che il suo avversario politico non è il partito che ne ha bocciato la posizione sul Tav (Costa più non completarla), ma quello che l’ha promossa.
Paradossi ai quali ormai siamo abituati”, rimarca.

Già, sarebbe sbagliato far passare Conte come quello senza macchia.
E proprio su questo insiste il conduttore di Porta a Porta. Il ragionamento fila via liscio come l’olio:

il premier rifiuta le dimissioni dopo essere stato, nei fatti, sfiduciato dai grillini.


Vespa rievoca le parole di Conte sulla Tav, “costa più non completarla”, per ricordare come la posizione del presidente del Consiglio convergesse con quella della Lega.
Eppure, all’apertura della crisi, gli attacchi di Conte sono stati solo per Salvini.
Insomma, un premier al soldo del M5s, così come dicevamo da tempo.

Un premier la cui strategia è colpire la Lega: prima con il rifiuto delle dimissioni, poi con gli attacchi a Salvini che, se ne evince anche secondo Vespa, sono indice di assoluta mancanza di coerenza.

O si vota o si vota

 

O si vota o si votaParlavamo ieri di prassi costituzionale evaporata e, nemmeno a dirlo, Giuseppe Conte nel suo proclama televisivo lo ha confermato come meglio non avrebbe potuto, absit iniuria verbis. Un Premier vero avrebbe solamente dovuto annunciare la sua salita al Colle per rimettere il mandato e ascoltare le indicazioni del Capo dello Stato, punto.

Al contrario, il professore, non solo inauditamente è schierato coi grillini contro Matteo Salvini, accusandolo di tutto, ma ha fatto capire che il leghista dovrà passare le forche caudine prima di arrivare al voto. Quando mai si era arrivati ad una sorta di minaccia trasversale contro un vicepremier accusato di ogni male; oltretutto il passaggio sulla voglia di capitalizzazione del consenso quale motivo della crisi è uno strappo al garbo costituzionale di grandezza sesquipedale. Alla faccia del primus inter pares, del premier super partes, qui siamo di fronte alla dichiarazione di un antagonista politico, oltreché di un Premier improvvisato in un ruolo più grande di lui.

Sia come sia il dado è tratto, il significato del discorso di Conte è uno solo, si farà di tutto per contrastare la voglia e la data del voto, per allungare il brodo, per isolare Salvini di fronte ai cittadini accusandolo con le sue pretese o di mettere in pericolo il Paese. Per carità, si tratta dell’ennesimo regalo al leader della Lega, come se l’esperienza Berlusconi non fosse servita a niente; il tutti contro uno finisce sempre per favorire l’uno ed affossare i tutti.

La realtà è che da tempo dietro le quinte si era creato uno schieramento contro Salvini, da quel dì che i cattocomunisti brigavano coi grillini per preparare un’alternativa che fosse in grado di sconfiggere la Lega, Fratelli d’Italia e quel che resterà di Forza Italia. Ecco perché l’anticipazione della crisi ha scatenato le acrimonie; serviva tempo per attrezzare ogni armamentario prima di dichiarare guerra, il colpo di reni di Salvini ha sovvertito tutti i giochini. Insomma, il quadro è chiaro e da questo momento la sinistra, i grillini, i cattocomunisti, l’informazione di sostegno, i radical chic, gli intellettuali rive gauche, spareranno a palle incatenate contro la Lega per farla apparire il male assoluto prima che si arrivi alla data del voto.

Si tenterà di tutto, consultazioni, incontri, passaggi parlamentari, si proverà a parlare di governo tecnico o di salvezza, si tirerà in ballo l’esercizio provvisorio, nulla sarà lasciato al caso pur di sgretolare il centrodestra e il suo fronte parlamentare. Per farla breve, ne vedremo di ogni colore prima che si stabilisca la data delle elezioni, ecco perché Salvini deve tenere duro e avere chiare le mosse e le intenzioni a partire dall’importanza delle coalizioni. Inutile gonfiarsi il petto per andare solo, servirà ogni voto utile al risultato, i sondaggi non bastano per fare il solista quando dall’altra parte paventano batosta, in questa tornata elettorale occorrerà più che mai uno spirito corale.

La Lega non dovrà scherzare sugli schieramenti, a sinistra metteranno assieme di tutto pur di fare il cappotto, ci si giocherà il futuro del Paese, servirà un fronte di centrodestra che vada dalla Lega alla Meloni a quel che resta di Forza Italia, insomma il pieno per affrontare la battaglia. Per farla breve la prossima sarà la madre di tutte le elezioni, il resto sarà prosa elettorale, compreso l’allarme dell’esercizio provvisorio e di quanto a sinistra sarà tirato in ballo per spaventare i cittadini. Stavolta gli italiani non si faranno intortare, hanno dimostrato che vogliono votare, la costituzione gli assegna la sovranità, impedirne o ritardarne l’esercizio, con tatticismi da supplizio, servirà solo a farli imbestialire, meglio evitare.

Un piccolo post scriptum per i lettori e gli amici che ci seguono: oggi avremmo dovuto prenderci una pausa, lo faremo ovviamente solo in parte e la settimana prossima in qualche modo torneremo a scrivere e commentare.

http://www.opinione.it/politica/2019/08/09/alfredo-mosca_crisi-voto-conte-salvini-premier-improvvisato-grillini-lega-fi-m5s/?fbclid=IwAR3ZuxqDH2rT-GiibQqPHk90_44TVP0WfW5pIwoJuDcscUys7olttGcJ2sI

Si è rotto

IL VOTO A BRUXELLES CONTRO GLI ITALIANI E A FAVORE DELL’ASSE FRANCO/TEDESCO.

IL VOTO IN AULA CONTRO LA TAV SFIDUCIANDO LORO IL PRESIDENTE CONTE CHE DI FATTO AVEVA DATO IL VIA ALLA TAV.

UNA SEQUELA INFINITA DI ATTACCHI PERSONALI OFFENSIVI A SALVINI DA PARTE di DI MAIO TONINELLI FICO DI BATTISTA e molti altri…
E SAREBBE SALVINI CHE CAUSA LA CRISI?

SALVINI, FINITA LA PAZIENZA E LA TOLLERANZA, DA VERO UOMO E LEADER POLITICO NE HA TRATTO LE GIUSTE CONSEGUENZE DANDO FINE AD UN RAPPORTO POLITICO MALATO.

NON SI PUÒ SPUTARE SUL PIATTO E PRETENDERE CHE SI CONTINUI A MANGIARE TUTTI INSIEME È DA MALATI
GLI ITALIANI DECIDERANNO. 😘💐

 

Les Observateurs.ch

EUROGENDFOR, la police européenne arrive. Preuve d’une dictature de l’UE ?

La force de police européenne (Eurogenderfor ou EGF) sera le premier corps militaire de l’Union européenne à caractère supra-national. L’EGF est composé de forces de police militarisées à l’ordre de l’UE, prêtes à intervenir dans des zones de crise, sous l’égide de l’OTAN, de l’ONU, de l’UE ou de coalitions formées “ad hoc” dans divers pays.

L’Eurogendfor pourra compter sur 800 “gendarmes” mobilisables en 30 jours, plus une réserve de 1’500 hommes; le tout sera géré par deux organes centraux, un politique et un technique. Le premier est le comité interdépartemental de haut niveau nommé CIMIN (Comité Inter MInistériel de haut Niveau), composé de représentants des ministres des affaires étrangères et de la défense, de pays ayant adhéré au traité. Le second est le quartier général permanent (PHO), composé de 16 officiers et de 14 sous-officiers.

Les 6 tâches principales (commandant, vice-commandant, chef d’état major et sous-chefs des opérations, de la planification et de la logistique) sont réparties en rotation tous les deux ans parmi les différentes nationalités, selon les critères usuels de la composition des forces multinationales.

Donc, il ne s’agit pas d’une vraie troupe armée européenne ou de la création d’une armée européenne unique, car dans ce cas elle dépendrait de la Commission et du parlement européen, mais d’un simple corps armé supranational, qui, il semblerait, jouira d’une pleine autonomie.

En fait, l’EGF n’est soumis ni au contrôle de parlements nationaux ni à celui du parlement européen mais est directement sous les ordres des gouvernements par l’intermédiaire du CIMIN cité plus haut.

L’article 21 du Traité de Velsen, suite auquel ce corps d’armée supranational a été créé, a prévu l’inviolabilité des locaux, des bâtiments et des archives de l’Eurogendfor.

L’article 22 protège les propriété et les capitaux de l’Eurogenderfor d’éventuelles mesures exécutives pouvant venir des autorités judiciaires de n’importe quel pays.

L’article 23 prévoit qu’aucune communication des officiers de l’EGF ne pourra être interceptée.

L’article 28 prévoit que les pays signataires renoncent à demander des dédommagements en cas de dommages à la propriété, si ces dommages ont été faits dans le cadre de préparations ou d’exécutions d’opérations.

L’article 29, enfin,  prévoit que les personnes appartenant à l’Eurogenderfor ne pourront être soumis à des procès suivis d’une sentence, que ce soit dans l’Etat hôte ou dans l’Etat d’accueil dans les cas liés à l’exécution de leur service : [3. Aucune voie d’exécution ne peut être pratiquée sur un membre du personnel de l’EUROGENDFOR lorsqu’un jugement a été prononcé contre lui dans l’Etat hôte ou l’Etat d’accueil s’il s’agit d’une affaire résultant de l’exécution du service].

Dans le Traité de Velsen, il y a un paragraphe entier intitulé “Missions and tasks”, où l’on apprend que l’Erogenderfor pourra aussi se substituer aux forces de police civile d’un état, à n’importe quelle phase d’une crise et que son personnel pourra être soumis à l’autorité civile ou à un commandement militaire.

Parmi les multiples tâches qui sont dévolues à l’EGF en voici quelques unes :

– garantir  la sécurité et l’ordre publique

– exécuter des tâches de police judiciaire (mais on ne comprend par pour le compte de quelle Autorité judiciaire………..)

– contrôler, conseiller et superviser la police locale, y compris dans les enquêtes pénales

– diriger la surveillance publique

– opérer comme police des frontières

– récolter des informations et développer des opérations de service secret.

L’exemple de l’Italie est édifiant (NDT) : Le 14 mai 2010,  la Chambre des Députés de la République italienne a ratifié l’accord. Il y avait 443 députés présents, 442 ont voté oui, et 1 s’est abstenu…………Peu après, le Sénat a aussi donné son accord à l’unanimité. Donc, le 12 juin 2010 le Traité de Velsen entrait en vigueur en Italie.

La loi de ratification no 84 concerne directement les carabiniers qui seront absorbés par la police de l’état, donc dégradés au niveau d’une police locale de second ordre. En même temps, l’art. 4 de la même loi introduit les tâches que devra accomplir l’Eurogenderfor, et parmi celles-ci :

– s’occuper de mission de sécurité et d’ordre public

– s’acquitter de tâches de gestion du trafic, de contrôle des frontières et d’activités générales de services secrets

–  protéger les personnes et les biens et maintenir l’ordre en cas de désordres publics

 

Donc, en pratique, cela signifie qu’en Italie, par exemple, (mais aussi dans d’autres pays européens, NDT), dans la rue il y aura de vrais policiers qui n’auront plus à répondre de leurs actions ni devant l’état Italien ni devant la commission européenne.

Perderanno sempre 😂😘💐

Come si accende la Tv e ci si sintonizza su un talk show il menù è sempre uno e solo quello: Matteo Salvini.
Da mesi non si parla d’ altro.

In molti casi sembra di assistere a “processi in contumacia” dove commentatori e conduttori in gran parte sono schierati, come un tribunale, tutti contro uno, Salvini.

Poi apri i giornali ed è, più o meno, la stessa solfa.
Una fissazione generale.
Ci sono illustri colleghi – che un tempo abbiamo apprezzato come sagaci e brillanti analisti – i quali ormai non scrivono che di lui.
Ne sono così ossessionati – e tanto è il loro livore – che viene da credere che ne siano innamorati pazzi (politicamente parlando), essendo questo tipo di odio una maschera dell’ infatuazione, come insegna René Girard.
D’ altra parte una così accanita mania collettiva attorno a un sol uomo ha molto a che fare col meccanismo mimetico e con la girardiana dinamica del “capro espiatorio”.
Antonio Polito, sul “Corriere della sera”, ha scritto che nei confronti di Salvini, portato in alto dalle elezioni e dai sondaggi, si è ormai costituito – ed è scatenato – il partito trasversale del “Tutto Tranne Lui”.
Polito aggiunge che questa “santa alleanza di tutti” contro “l’ Uomo solo in fuga” è “una legge non scritta della politica italiana” perché si è già verificata la stessa cosa con Matteo Renzi e con Silvio Berlusconi nel loro periodo di massimo fulgore (e potere).
La caratteristica di questo fenomeno – spiega Polito – è che partecipa al “tutti contro lui” anche “una quinta colonna”, cioè “alcuni presunti alleati dell’ Uomo da battere”.

Differenze –  È vera l’ analisi di Polito, ma ci sono alcune grandi differenze fra i tre.
Anche contro Renzi si saldò alla fine un fronte politico trasversale, ma Renzi aveva il sostegno di quasi tutti i media e anche delle cancellerie straniere (scusate se è poco).
Berlusconi aveva dalla sua almeno una parte dei media (a quel tempo non c’ erano i social).
Salvini – oltre al partito trasversale antisalvini – ha contro di sé quasi tutti i media, moltissime cancellerie straniere e tutte le élite (perfino le élite clericali) che lo detestano.
Inoltre sia Berlusconi che Renzi detenevano un potere reale, come capi del governo.
Salvini no, è ancora (solo) ministro dell’ Interno e in Parlamento la Lega ha tuttora (solo) il 17 per cento.
Anche se nel Paese si avvicina al 40 per cento (come hanno dimostrato le europee), questo consenso e questa forza restano potenziali nell’ equilibrio parlamentare di oggi e state certi che tutti faranno in modo che non possa conseguirlo nelle urne.
Trovarsi accerchiati dal partito del “Tutto Tranne Lui” può avere un beneficio immediato nel catalizzare consensi, nel polarizzare le tifoserie, ma è sempre da evitare.
Un politico dovrebbe scongiurare ad ogni costo la saldatura di tutti gli avversari in un fronte unico contro di lui.
Perché è la premessa della disfatta.
La storia insegna.
Bisogna sempre rompere l’ accerchiamento, scombinare i giochi, cercare alleanze e sorprendere gli avversari. Bisogna essere leone, ma anche volpe insegnava Machiavelli.
C’ è un’ ultima cosa da chiedersi.
Questa personalizzazione della politica è una cosa positiva? No.
È disastrosa per il Paese, perché trasforma tutto in teatro, in baruffe personali, in battibecchi, impedendo di parlare dei problemi veri, delle idee, delle proposte e degli interessi del Paese.
Quello che gli italiani vorrebbero vedere è un confronto serio sulle diverse proposte e le idee per il nostro Paese.

Autocritica – L’ eccessiva personalizzazione deriva in parte dalla sparizione delle grandi culture politiche della prima Repubblica che avevano dato vita a “forme partito” in cui l’ identità ideale non era mai identificata in uno solo.
Ma deriva anche dalla pessima propensione della Sinistra italiana alla demonizzazione dell’ avversario, quindi alla trasformazione della battaglia politica in guerra di liberazione contro il Nemico.
È una storia antica che si è vista anche nella prima Repubblica (basti pensare al caso Craxi).
L’ area ideologica marxista, così forte nella nostra storia, dal dopoguerra, per decenni, nelle sue diverse articolazioni politiche, o ha teorizzato “l’ odio di classe” o ha praticato l’ odio politico verso gli avversari.
In questo senso al PD, che è erede della Sinistra, e a quei suoi dirigenti che provengono dal Pci e che continuano a demonizzare gli avversari politici come una sorta di “partito dell’ odio”, andrebbe detto, serenamente, che l’ Italia sta ancora aspettando una vera riflessione autocritica di chi ha partecipato alla storia del comunismo.
Non è ancora venuta l’ ora di rinnegarla e condannarla?
Ovviamente di individui odiatori ce ne sono dappertutto, perché l’ uomo purtroppo è così (e c’ è solo il Vangelo che può convertirne il cuore).
Ma la politica non si occupa di individui, bensì di partiti e ideologie.
E se è vero che tutte le parti devono guardarsi dal fomentare l’ odio, difficilmente può dare lezioni chi proviene da una certa storia (non rinnegata) e chi pratica da sempre la demonizzazione dell’ avversario.

di Antonio Socci

www.antoniosocci.com