Conte mai avuto una linea politica

Conte

L’ex ministro Tria vuota il sacco su Conte: «Non ha mai avuto una linea». Nello studio cala il gelo

di Gabriele Alberti
Trascorse un  anno gomito a gomito con Giuseppe Conte.  Non è la prima volta che Tria ammette quello che fu l’atteggiamento del premer di allora. Che non è cambiato. “Quando ho governato – spiega a proposito del  premier- , lui non esprimeva un’opinione su quello che bisognava fare, era un po’ una mediazione.
Non l’ho mai visto prendere una posizione”.
Di fatto, un premier fantoccio preso in mezzo tra Matteo Salvini Luigi Di Maio.

Si parlava, naturalmente, della notizia del giorno: il processo a Salvini a Catania e della corresponsabilità di tutto il governo di quella che era una linea dell’esecutivo e non un ghiribizzo personale di Salvini. Tria, che in altre precedenti ospitate ha sempre lealmente ammesso che vi era una condivisione delle scelte, ora dice anche di più. Giuseppi, uno nessuno centomila. Barbara Palombelli impallidisce di fronte a un’ammissione così forte. Nessuno aveva mai “osato” dire chiaro e tondo che Conte non avesse una sua linea politica autonoma. “Non sto dicendo nulla di male – prosegue il “tecnico” Tria -, ma non c’era una linea politica Conte, mi pare evidente”.

Fari puntati ora su Mes e Recovery Fund. “Bisognerà vedere se c’è una linea Conte, sul Recovery Fund: dicono sempre che bisogna farlo per bene,  ma mi pare ovvio, nessuno vorrebbe farlo per male”.
Insomma, la linea Conte, ieri come oggi; o forse peggio oggi di ieri.

Il vero fascismo loro

Sono i professionisti dell’odio “democratico”. Da sempre si chiamano comunisti

sabato 2 novembre 17:22 – di Niccolò Silvestri

comunisti

Più faccia tosta di così. Leggete che cosa scrive su Fb il governatore della Toscana, Enrico Rossi: «”Costituzione sovietica”, “commissione Segre sovietica”. Berlusconi e Salvini tacciano come sovietico quello che odiano. Noi amiamo la Costituzione e la chiamiamo democratica e antifascista; noi siamo d’accordo con la commissione Segre che è contro il razzismo e contro l’odio». Detto da uno che definisce “fascista” non solo tutto quel che odia ma anche quel che politicamente non gli torna, ricorda il bue che dà del cornuto all’asino. Il massimo della faccia tosta. Già, è davvero una strana pretesa, questa dei comunisti – e Rossi lo è -, di detenere il monopolio dell’odio e dell’insulto

I comunisti pretendono il monopolio dell’insulto

Per loro è un gioco da ragazzi: basta aggiungere l’aggettivo democratico e tutto – fosse anche uno sputo – si nobilita, si depura, si sterilizza. Chiedere per conferma a Lilly Gruber, detta la Rossa per il colore dei capelli e della passione politica. Tutte le sere, dal salotto di Otto e mezzo, predica contro l’odio. Degli altri, s’intende. Il suo, invece, riesce a malapena a trattenerlo. Tracima infatti come un fiume rigonfio appena parla di Salvini e della destra. I comunisti – expost e neo – sono fatti così. Ti lisciano non appena intravedono la breccia in cui infilarsi per andare a portare scompiglio tra il nemico di classe. Ora è il turno di Mara Carfagna, per anni brutalizzata dagli stessi che ora la blandiscono come la paladina della riscossa liberale di Forza Italia.

La destra che li sconfigge è fascista. Quella che perde, liberale

Sì, perché dimenticavamo di dirvi che l’altra grande passione dei comunisti – di ieri e di oggi – è quella di definire l’avversario sulla base delle loro convenienze. Se lo battono nelle urne, è moderno, democratico e liberale. Diversamente, è rozzo, razzista e fascista. Inutile rimarcare che in settant’anni di storia repubblicana tutti gli avversari appartenevano alla seconda categoria, salvo poi beatificarli a babbo morto. È accaduto con De Gasperi, sta accadendo con Craxi a accadrà con Berlusconi. È il solito vizietto dei comunisti: amano definirsi progressisti, ma viaggiano con almeno vent’anni di ritardo sulla storia.

COMMENTI 

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Salvini e Meloni scendono in piazza contro il governo di pasta frolla e da un certo punto di vista fanno bene a manifestare il loro dissenso, anzi la rabbia. Esistono molti motivi per detestare la svolta in atto, ed è giusto alzare la voce, anche se nella mia lunga esperienza posso dire che i cortei e cose simili non hanno mai cambiato il corso della storia. Tranne in una circostanza. E mi riferisco alla marcia dei quarantamila che si svolse a Torino contro lo strapotere sindacale e della sinistra. Anni lontani eppure indimenticabili.

Quel giro di giostra fu efficace perché mobilitò la cosiddetta maggioranza silenziosa ovvero il ceto medio e moderato che reclamava un ritorno alla pacatezza. Non se ne poteva più in quel periodo lontano di violenze, scontri, scioperi, e i marciatori furono capaci con il loro incedere composto di scuotere le coscienze.

Ci auguriamo che la protesta odierna produca lo stesso effetto sulla testa degli italiani.

Qui non si tratta di organizzare una rivoluzione, semmai una controrivoluzione che ripristini la legalità sostanziale, visto che quello di Di Maio, Conte e Zingaretti assomiglia a uno squallido e artigianale colpo di Stato. La Lega e Fratelli d’Italia non hanno chiesto la luna nel pozzo, bensì le elezioni, che sono il momento più alto della democrazia. Invece il voto è stato negato e ciò ha frustrato sia i partiti di centrodestra sia il popolo.

È chiaro che il nuovo e abborracciato esecutivo si è formato con l’intento scorretto di bloccare l’ascesa di Salvini e Meloni, che minacciavano di raggiungere nei consensi la maggioranza assoluta. Questo è riprovevole oltre che ai limiti della ribalderia.

La lotta politica è lecita, però gli sgambetti e i colpi bassi non sono tollerabili. Pertanto l’agitazione pubblica di chi è stato buggerato con l’imbroglio sia benvenuta e accolta con entusiasmo dalla Capitale. La gente sappia che è stata fregata alla grande da lupi travestiti da agnelli. (Vittorio Feltri)

FORNUT A ZIZZENELL

UN GOVERNO AL CAPOLINEA

Un Governo al capolineaCon una legge di bilancio ancora in alto mare, bersagliata peraltro da un incessante fuoco amico di emendamenti, il secondo Governo del popolo, o del cambiamento che dir si voglia, sembra non avere più molto da dire. Al netto della valanga di sterili declamazioni di Giuseppe Conte, il quale da ogni pulpito ci ricorda le sorti certe e progressive dell’Italia giallo-rossa, i partiti che compongono la maggioranza non hanno più prospettive sul piano politico, se non quella di andarsi a schiantare tra pochi mesi contro il muro di cemento armato della realtà.

Oramai anche la formazione più interessata a restare nella stanza dei bottoni, il Movimento 5 Stelle, sembra aver compreso che rimanendoci ancora a lungo va incontro quasi certamente ad una completa estinzione. Ciò potrebbe far decidere chi comanda veramente dentro questo partito virtuale che il gioco di garantire la sopravvivenza dei propri parlamentari non vale più la candela di una sicura scomparsa dalla scena politica nazionale. In questo senso, ovviamente, solo per chi vorrebbe proseguire seppur in versione ridotta l’esperienza inaugurata da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, sarebbe preferibile riportare all’opposizione un piccolo nucleo di residuati bellici del grillismo piuttosto che nulla.

Per quanto riguarda il Partito Democratico, che al momento i sondaggi danno perennemente in bilico sul piano dei consensi, fallita miseramente l’operazione che era riuscita a Matteo Salvini, ossia quella di fagocitare buona parte degli elettori pentastellati, sulla sua testa pende la spada di Damocle delle elezioni in Emilia-Romagna. Un banco di prova troppo importante per il partito di Nicola Zingaretti e che, restando ancora intrappolato nell’abbraccio mortale con pentastellati, rischia seriamente di trasformarsi in una vera e propria Caporetto politica per i dem.

Per questo la logica vorrebbe che, una volta chiusa una delle più pasticciate manovre della Repubblica, il Pd chiudesse immediatamente la partita, creando il presupposto per tornare rapidamente alle urne.

In tal senso anche Matteo Renzi, leader della ancora poco conosciuta Italia Viva, sembra aver fiutato l’aria di una fine repentina della legislatura, tanto da aver impresso una notevole accelerazione alla sua principale occupazione: il tiro al bersaglio di una linea di Governo della quale non pare condividere un beneamato nulla.

D’altro canto, quando in una coalizione già di per sé tenuta insieme con lo sputo prevalgono nettamente le ragioni per separarsi, di fronte allo spettro di possibili tempeste economiche e finanziare all’orizzonte, solo uno sprovveduto kamikaze potrebbe ostinarsi a proseguire un’esperienza di Governo già conclusa nei fatti.

Clown spregiudicati

Prendere in giro gli elettori è pericoloso

Il sondaggio del weekend sul Corriere della Sera, a cura dell’istituto di Nando Pagnoncelli, lo ha certificato, corroborando con i numeri una evidenza politica e sociale:
questo governo rosso-rosso nasce nettamente minoritario nel Paese.

E non è questione (solo) di condizione numericamente minoritaria delle forze politiche che lo sorreggono, a fronte di un centrodestra che, se fosse unito, potrebbe guadagnare un’agevole maggioranza assoluta.
È questione di contenuti, di temi, di priorità, di orientamenti.

Dimentichiamo per un momento i partiti, e concentriamoci sulle cinque linee-guida che gli elettori hanno consegnato a tutti, alle politiche del 2018, alle Europee di pochi mesi fa, e in ogni analisi, in ogni sondaggio, in ogni rilevazione.

1. Meno Europa e meno dipendenza dall’asse franco-tedesco.

2. Più autonomia regionale.

3. Meno tasse.

4. Più controllo dell’immigrazione.

5. Meno Pd.

Ecco, su tutti e cinque questi punti, il governo Conte bis va in direzione opposta.
Ci propone più Europa e più dipendenza rispetto a Parigi e Berlino; si mette di traverso rispetto all’autonomia regionale (ha già iniziato, già dal primo minuto di gioco, una guerra giuridica contro il Friuli-Venezia Giulia);
non è certo liberale in economia;
minaccia di riallentare la politica sull’immigrazione; e, gran finale, è stradominato dal Pd quanto a facce, poltrone, parole e musica, con i Cinquestelle ridotti a una specie di movimento giovanile dem.

Il grillo Beppe

Il Marchese del “Beppe” Grillo

L’inciucio con il Pd per il Conte-bis mette la parola fine al Movimento nato per combattere il sistema. Ed anche al suo leader

Maurizio Belpietro

– 

Come si chiamava quel film con Alberto Sordi? Ah sì, Il marchese del Grillo. La pellicola è del 1981 e il regista è Mario Monicelli, uno che meglio di chiunque altro ha rappresentato la commedia italiana. Beh, il film mi è ritornato in mente in questi giorni. Perché quello che è andato in scena nell’ultimo mese sul teatro della politica italiana altro non è che una commedia. Che cosa potrebbe essere, del resto, la storia di un comico che prima fonda un movimento che vuole cambiare l’Italia e poi porta il partito a salvare l’Italia alleandosi con quelli che considerava il peggio dell’Italia?

Una volta si diceva che si nasce incendiari e si finisce pompieri. Ma Beppe Grillo non è nato incendiario, lo è diventato e pure in tarda età. Colpa delle battute scorrette, colpa dei socialisti che pensavano di essere i padroni d’Italia, colpa della Rai che è sempre stata filogovernativa, pure quando a comandare erano i 5 Stelle e la Lega. Sta di fatto che Beppe dalla politica è stato cacciato e con un certo numero di anni di distanza alla politica, ma questa volta tenendola in mano come un’arma, è tornato.

Certo, dieci anni fa, quando partì, nessuno avrebbe scommesso un soldo sulla nascita di un movimento che scardinasse il bipolarismo destra-sinistra. Nessuno avrebbe potuto immaginare che a sfasciare la seconda Repubblica sarebbe bastata una barzelletta. Anzi, un vaffa. Eppure, sposando la causa anti-Casta, antivaccini, anti-pannolini (femminili), anti-Euro e le scie chimiche, Grillo ha costruito un partito che ha conquistato il Parlamento. Chi poteva pensare, dieci anni fa, che uno steward dello stadio San Paolo potesse diventare prima vicepresidente della Camera, poi vicepremier e infine ministro degli Esteri. Certo, nessuno poteva credere, nel 2009, che l’uragano dell’antipolitica avrebbe spazzato i partiti tradizionali, fino a stravolgere la geografia politica dell’Italia. Eppure è ciò che è successo.

Che tutto stesse per cambiare avremmo dovuto capirlo già cinque anni fa, quando il marchese del Grillo si presentò davanti a Matteo Renzi e in una diretta streaming da Palazzo Chigi gli impedì di parlare, dicendogli in faccia «tu sei un giovane-vecchio», uno che rappresenta le banche, il sistema, il potere. Noi, al contrario, vogliamo cambiare, per questo non abbiamo nulla da dirci. Furono dieci minuti di teatro, di pura comicità: una commedia alla Monicelli, recitata davanti alle telecamere nel cuore del Palazzo. Con un Grillo che diceva in faccia a Renzi: io sono io e tu non sei un cazzo.

Dal 2014 al 2016 il passo è breve e l’uomo che credeva di rottamare il mondo si ritrovò rottamato, come capita spesso ai più puri che alla fine trovano uno più puro che li epura (la frase non è mia, ma di Pietro Nenni, figura storica del socialismo italiano). Così al suo posto, a Palazzo Chigi, nel 2019 ci ritroviamo i grillini, i quali però, pur volendo aprire il Parlamento come una scatola di tonno, finiscono in gabbia, preda del truce Salvini che minaccia di far fare loro la fine dei tonni e invece presto diventa lui la preda. E qui, dopo essersi auto esiliato, torna il marchese del Grillo, il quale in barba a tutti i discorsi grillini – uno vale uno, i due mandati, la democrazia online e tante altre belle cose che hanno fatto la storia del Movimento – detta la linea a Luigi Di Maio e compagni: il governo con il Pd si deve fare, non c’è da discutere. Accantonati i programmi di dieci o venti punti, via pure il capo politico, al suo posto meglio un signore che fa il baciamano ed è  perfetto per far parte del sistema.

Non importa poi che fino a ieri, per i 5 Stelle, il Partito democratico fosse quello di Bibbiano e neppure che portasse sulle spalle la storia delle banche fallite, né che per fare l’alleanza si dovesse trangugiare la nomina di Paolo Gentiloni a commissario Ue, quella Ue che si voleva abbattere, quel Paolo Gentiloni che alle elezioni dello scorso anno era il nemico da mandare a casa. No, l’importante è scamparla bella, ossia evitare il voto, che per il Movimento apriscatolette di tonno potrebbero rappresentare la fine, perché dopo solo 5 anni è il sistema ad avere aperto i 5 Stelle come una scatola di tonno, mettendone a nudo debolezze e difetti. Ciò che conta, insomma, è salvarsi e se serve ci si può alleare anche con il Pd, rinunciando a gran parte dei principi che si sbandieravano fino a ieri. E così, per necessità di sopravvivenza, si nasce incendiari e si finisce pompieri. Si nasce anti Casta e si finisce a far parte della Casta. Uno è uno, ma Grillo è di più. E nessuno si deve permettere di denunciarne le contraddizioni, né di rappresentare quel che è successo come una commedia all’italiana. Perché, per il marchese del Grillo, lui è lui e gli altri non sono un cazzo. La commedia può continuare. 

Gentiloni commissariato

In un suo libro che raccontava un viaggio nei Paesi jugoslavi ai tempi delle guerre balcaniche, il giornalista Paolo Rumiz presentò l’attitudine mentale dei popoli slavi a non pensare i loro Paesi come “porta dei Balcani” ma a definirne l’inizio oltre i loro confini nazionali. E così gli sloveni si sentivano avanguardia d’Europa dicendo che i Balcani iniziavano dalla Croazia; a loro volta, i croati ne fissavano l’inizio in Serbia e Bosnia, e così via sino al confine greco-macedone. In maniera analoga a questo modo di pensare si comportano le istituzioni europee contemporanee sulle politiche di austerità e sul loro superamento: 27 Paesi dell’Ue avranno 27 diversi concetti su cosa sia stata effettivamente l’austerità e di quali siano i ragionevoli comportamenti da tenere, relazionandosi alle regole europee, per evitare che diventino una gabbia.

Per alcuni giorni in Italia molti nei media e nelle istituzioni illusi che il combinato disposto della nomina di Paolo Gentiloni Commissario europeo agli Affari economici e dell’ascesa al Mef del dem Roberto Gualtieri contribuisse a spostare questo perimetro verso una posizione simile a quella dell’Italia, che l’austerità l’ha patita a partire dall’era di Mario Montie necessità una discontinuità a tutto campo.

Ma la strada resta in salita: Gentiloni è stato commissariato, nella nuova squadra di Ursula von der Leyen, dalla nomina a suo supervisore di Valdis Dombrovskis, superfalco lettone dell’austerità. Sarà l’ex premier lettone, scrive la Stampa, che “sovrintenderà i commissari con i portafogli legati all’Economia e alla Finanza”, marcando letteralmente a uomo l’ex premier italiano e coordinando la squadra economica, seguendo direttamente la riforma del Patto di Stabilità.

Limiti sostanziali che spingono a vedere nella nomina di Gentiloni più un “premio” all’afflato europeista del governo giallorosso e alla marginalizzazione di Matteo Salvini che una concessione di reali poteri sostanziali.
E lo si è visto in occasione delle prime riunioni di Eurogruppo ed Ecofin a cui Gualtieri ha partecipato, nel corso delle quali le sue richieste sono andate in sostanziale continuità con quelle del predecessore Giovanni Tria: più flessibilità contabile, meno focalizzazione su concetti discutibili come l’output gap, rifiuto di qualsiasi manovra restrittiva.
Segno che indipendentemente dall’approccio del governo italiano a Bruxelles, il muro contro muro è di difficile superamento.
Nonostante le dichiarazioni d’intento coraggiose e battagliere, appare evidente che anche la nuova Commissione terrà il “perimetro” dell’austerità molto vicino a quanto desiderato dai Paesi nordici paladini del rigore, concedendo forse qualche avanzata solo per rispondere alle difficoltà economiche della Germania.

Non sembra essere in programma alcuna grande riforma dei vincoli europei, e nemmeno due uomini di cui non si può negare la capacità d’inserimento e la conoscenza dei meccanismi europei come Gentiloni e Gualtieri sarebbe possibile proporla.
Troppo ampio il fronte austeritario, troppo condizionati dal loro europeismo acritico i due esponenti del Pd. L’unico tema oggetto di discussione, più da noi che in Europa, è la possibilità di scorporare gli investimenti a favore dell’ambiente dal calcolo del deficit/pil. Proposta che non ha trovato formalizzazione, così come non sono ancora stati presentati numeri e programmi della Nota d’aggiornamento al deficit che deve essere redatta entro fine settembre per presentare gli obiettivi di politica economica del governo.

Il “superdeficit” è necessario politicamente al governo M5S-Pd per alimentare la retorica della discontinuità e, soprattutto, per poter varare una reale politica economica oltre la sanatoria delle clausole Iva. Senza spazio d’azione politico il governo sarebbe esposto ai cannoneggiamenti dell’opposizione a guida leghista e, soprattutto, sarebbe mandato da Bruxelles a sbattere contro il crescente marasma che agita l’economia globale. Commissariando Gentiloni l’Europa ha fatto capire che dal suo punto di vista l’atteggiamento da tenere contro l’Italia è ben chiaro: dall’austerità ci si può distaccare leggermente, non allontanare.

E il Conte-bis dovrà ben presto deporre ogni illusione su questo tema.

Contro Conte

“Giuseppi” Conte è figlio della paura. Il suo secondo governo opposto al primo è nato solo per non far votare gli italiani. E il sondaggio del Corriere della Sera di ieri lo ha testimoniato eloquentemente. Il nostro popolo non si fida del premier e dei suoi ministri. Anche per la nostra gente è diventato “Giuseppi”, come lo ha chiamato Trump, che lo conosce poco. Noi, che ormai lo conosciamo bene, non ci fidiamo affatto della sua doppiezza. Tutto e il suo contrario, ecco perché gli italiani non lo hanno più in simpatia. Il trasformismo, prima la Lega, poi il Pd, espone molto al tempo dei social. E ci muori sopra.
Raccontano che ieri a Palazzo Chigi ci fosse molta agitazione. Telefoni bollenti. Cazziatoni ai collaboratori e chissà perché: dovevano forse “controllare” il Corrierone? Che poi, diciamolo, non è così ostile a Conte e i suoi fratelli.

Rousseau ha più legittimità del popolo italiano? – La giornata di domani sarà ancora più tesa per il premier che va a raccogliere la fiducia alla Camera e poi al Senato da quelli che lo contestavano fino a un mese fa. Le meraviglie del mondo di Casalino, potremmo fantasticare. Fuori dal Palazzo gli occhi torvi si sprecheranno, perché c’è tanta rabbia – civile, civilissima – in una marea di italiani trasecolati per il rifiuto a farli votare. Per far partire il Conte-bis la piattaforma Rousseau si è vista riconoscere più legittimità dell’intero corpo elettorale. Una vergogna in più rispetto all’oscena manovra di Palazzo. In piazza Montecitorio ci saranno tanti connazionali, stanchi dello spettacolo della politica politicante. Con loro Giorgia Meloni – che ha suggerito bandiere tricolore e non di partito – Matteo Salvini e Giovanni Toti. Non ci sarà Tajani, perché Forza Italia non si mischia con il popolino.

Conte ha varato il governo dei migranti e delle tasse – Se Conte si chiede perché i sondaggi vanno male, lo capirà dalla piazza. Dove ci saranno quelli che non tollerano retromarce sull’immigrazione – con le posizioni di Boldrini, Orfini e gli ultrasinistri appena l’11 per cento della popolazione – e aspettano al varco il governo. E si indignano, ad esempio, perché il governo impugna una legge giusta – quella del Friuli Venezia Giulia – che cancelli i regali a chi arriva da noi. Gente che si arrabbia perché è nato un esecutivo che si prepara ad accucciarsi all’Europa delle tasse. E al tempo dei social sono illuminanti i colloqui trafugati di Conte con la Merkel contro i leader con cui governava assieme. Patetico.

L’Italia che voleva il nuovo è tornata indietro. Con un Pd vecchio e Cinquestelle precocemente invecchiati. Un governo che resuscita Gentiloni per la Ue dopo la scoppola rimediata dal Pd alle europee che cosa si aspetta, rose e fiori?

36 per cento a favore, 52 contro, ecco come sono schierati gli italiani. E persino nei due partiti di riferimento c’è almeno un quarto di elettori recalcitranti verso un’alleanza tra nemici. Conte si salverà solo col voto di Palazzo, perché lì la maggioranza la trova: indubbiamente il reddito di cittadinanza di deputati e senatori impauriti dalle elezioni è considerevole…
Ma tanto, questa storia finisce a primavera e ci libereremo di loro. Si comincia questa mattina.

Imolaoggi.it

NON CE NE ANDIAM

BELLISSIMA NOTIZIA ..
SALVINI MICA È FESSO COME MOLTI CREDONO !!
una buona notizia…
Il cambio di governo e di maggioranza con il Conte 2 dovrà presto fare i conti non solo e non tanto nelle aule di Camera e, soprattutto, Senato. Ma anche con la composizione delle commissioni parlamentari, le cui presidenze sono fondamentali per l’attuazione del programma di governo e lo svolgimento regolare dei lavori. Un aspetto cruciale che è già emerso oggi nella polemica politica, dopo che da parte del Pd qualcuno ha chiesto ai leghisti di lasciare le poltrone delle presidenze, appunto, delle commissioni, assegnate dopo la formazione del governo gialloverde ormai prossimo all’archiviazione. È quanto rende nota l’agenzia di stampa Adnkronos.

La risposta politica è arrivata direttamente dal presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo, che ha rilanciato: “Che si dimettano loro da senatori visto che dovrebbero vergognarsi di fronte al popolo italiano per quello che stanno facendo”. E Claudio Borghi ha aggiunto: “Dovevano pensarci prima di fare il ribaltone”. Ma c’è una risposta anche più tecnica, incastonata nei regolamenti di Senato e Camera, che rispettivamente agli articoli 21 e 20 specificano che il rinnovo delle commissioni avviene ogni due anni. Tutto questo comporta che nessuno potrà costringere i sei presidenti leghisti di commissione a palazzo Madama e i cinque di Montecitorio a fare le valigie.

Nel dettaglio: alla Camera, i leghisti hanno la presidenza della cruciale commissione Bilancio (Borghi) e poi Ambiente (Benvenuto), Trasporti (Morelli), Attività produttive (Saltamartini), Lavoro (Giaccone). Al Senato, la sesta commissione Finanze e tesoro fa capo a Alberto Bagnai, e la Lega ha anche le presidenze delle commissioni: Affari costituzionali (Borghesi), Giustizia (Ostellari), Difesa (Tesei), Istruzione (Pittoni), Agricoltura (Vallardi).

fonte: La leggepertutti

Lucia Annunziata Help


L’Avvocato del declino

L’inclinazione italiana per i potenti dà gloria anche a una figura debole come Conte. Un governo partorito dall’Europa e con distratti sostegni d’oltre oceano. Pd e M5s partecipano per generosità, fragilità e governismo, ma pagando un alto prezzo. Salvini invece si è trasformato, nel giro di una notte, da Hulk a Calimero

ANSA
Ansa

 

Solo il senso degli Italiani per il potere può spiegare l’aura di gloria con cui Giuseppe Conte ha varcato stamattina il Quirinale per ricevere il suo incarico bis, nientemeno, come fosse un Andreotti qualunque. Grazie all’inclinazione del nostro paese per i potenti, questo sconosciuto Avvocato, che fino a qualche giorno fa era ancora definito come “scoperto” o “pescato” dai 5s, divenuto premier ben due volte, ma sempre nel giro di una notte, è diventato protagonista di una favola. Liberato per la seconda volta dalla sua umile natura di rospo da un bacio, sia pur non di una principessa, ma di un principe che gli ha detto sì e gli ha messo a disposizione un partito.

Ebbene, sì. Nel primo minuto dell’anno zero del Governo Conte bis, scattato alle 9.30 di questo 29 agosto, il realismo è il vero senso perso in questa operazione di formazione del nuovo Governo. Una divisiva e difficile operazione, dal destino incredibilmente denso di difficoltà, presentato nei suoi ultimi metri come la formula che improvvisamente ridà dignità al paese, restituisce l’Italia al suo posto tra i grandi del mondo, e la fa tornare al suo patrio destino di frontiera contro il fascismo/nazismo.

La narrativa con cui Giuseppe Conte viene trasformato dal suo vecchio ruolo di “guardiano del contratto”, “tecnico che prepara i dossier”, e “pacificatore di due alleati a volte riottosi” (definizioni da lui usate per descriversi) al piccolo Napoleone attuale è il racconto della voglia di illudersi che muove al momento la politica italiana.

Come in tutti i mistery, è dal finale che si capisce la trama. In questo caso, il finale è il crescendo di endorsement, dichiarazioni pubbliche di favore, che hanno portato Conte direttamente al Quirinale. Quelle di Donald Trump, e di Bill Gates arrivate all’ultima ora, aggiuntesi a quelle più scontate europee di Angela Merkel e di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, hanno ampiamente contribuito a scrivere il finale glorioso del nuovo premier descritto come “uomo circondato dal rispetto internazionale”. Quanto valgono queste lodi?

Un tweet che loda con un errore di spelling un Giuseppi Conte, la dice lunga sul grado di conoscenza fra i due leader, non è granché come riconoscimento. E’ uno strumento per altro su cui Trump si sfoga personalmente e spesso casualmente, contraddicendosi come capita, anche su temi serissimi, come la Corea del Nord e la guerra dei dazi con la Cina. Le lodi,sospettiamo, andrebbero in realtà alla bravura del nostro ambasciatore Varricchio a Washington e al diplomatico Eisenberg, che rappresenta gli Usa a Roma. Per quel che riguarda Bill Gates, viene fatto passare per endorsement un ringraziamento del signore del denaro al contributo europeo alla sua fondazione contro l’Aids. L’Italia e Conte vengono citate insieme a Germania e Commissione Ue. E anche qui lode ai comunicatori di Palazzo Chigi (e qui vorrei fare una lode al sempre bistrattato Rocco Casalino, che è in verità l’unico autore del Conte bis). Come si vede, si tratta di un vero e proprio make-up per il premier in pectore.

Di che sorprendersi, tuttavia? La piccola Italia ha sempre usato in politica il “riconoscimento” dei leader stranieri, riflesso condizionato rimasto nel nostro dna di quel viaggio a Washington di De Gasperi, il 3  gennaio 1947, anno freddissimo in ogni senso (affrontato dal nostro primo ministro con un cappotto in prestito, come si ripete per raccontare di quanto eravamo allora semplici e umili). Riflesso condizionato, senso mai curato di nostra inferiorità nell’Occidente del dopoguerra, che ci accompagna dai comunisti dei tempi d’oro, che nonostante il riconoscimento berlingueriano dell’ombrello Nato in una intervista a Pansa nel 1976 dovette sudarsi il rapporto con Washington, passando per Andreotti, Craxi. Passione per i riconoscimenti condivisa da due arcinemici – Letta e Renzi – che non hanno mai smesso di lavorare a questo consenso.

Quello intorno a Conte oggi non è dunque esattamente un abbraccio che ci impressiona.

Ma certo c’è in tutte queste lodi, una prova di un disegno politico, che parte dall’Europa. Nella nuova Europa post elezioni, Merkel e von der Leyen, eletta presidente con i voti di M5s e Pd, guidano un diverso approccio, una operazione a trazione tedesca, costruita a tavolino, per arginare il fronte sovranista; mirata a favorire l’affermazione in Italia di un Governo moderato, e a maggiore ispirazione sociale.

Conte, col suo tiepido carisma, e la sua estrema adattabilità politica e psicologica, la sua mancanza di ideologia – tutte doti che lo hanno portato a navigare da garante dell’estremismo populista a democratico nell’ultima ora del discorso in Senato contro Salvini – è il perfetto strumento per il nuovo passaggio politico che l’Europa e le classi dirigenti euronazionali vogliono per l’Italia.

La gloriosa salita al Quirinale di stamattina dell’ormai ex Avvocato, e il favore dello spread che l’ ha accompagnata, è solo la conclusione di questo percorso.

Come giudichiamo questa mossa: è stata una ingerenza, o è un esempio di politica europea?

Ristabilita questa realistica versione del miracolo Conte, si deve ripartire da questo quesito per cercare ora di ristabilire anche una parte della verità sul significato del Conte-bis. Rileggendo gli effetti che questo incarico ha avuto su ogni partito, amico o nemico che sia del nuovo Governo.

Partirei con Salvini, il leader che più ha subito questa crisi, e che parla infatti di “un complotto, in corso da tempo”. Ovviamente questo argomento, che riscalda quello in cui si rifugiò nel 2011 Berlusconi, sarà il centro della campagna elettorale sovranista. Ma è molto difficile che i leghisti possano davvero fino in fondo sostenere questa linea. Intanto, che complotto è mai una operazione che è stata condotta alla luce del sole? Salvini non ha visto, a differenza di tutti noi, le scelte che venivano fatte a Bruxelles, in Francia, a Berlino, la linea rossa di combattimento che veniva segnata dall’Ungheria, passando per l’Austria e arrivando in Italia? E di che si scandalizza Salvini? E’ sceso in campo con una proposta di guerra all’Europa, in cui proponeva di lasciare la Ue e l’Euro – e ora si meraviglia se in Europa e in Italia si risponda con identico spirito di guerra? Il vero errore di Salvini, nella sua caduta, è di aver sottovalutato questa risposta europea e italiana. Specie dopo l’affare Metropol, in cui, come abbiamo scritto su questa testata, erano visibili le manine dell’intelligence europea e quella tedesca, e un cambio di strategia politica. E, trattandosi di una sola Europa con un solo Governo, è difficile parlare di ingerenza. E se Conte è oggi Napoleone, Salvini si è trasformato, nel giro di una notte, dal magnifico Hulk nel piagnucoloso Calimero.

L’operazione Conte bis tuttavia, proprio per i numerosi e potenti fili che la muovono, ha un profondo impatto anche per Pd e 5stelle, che attraverso l’accettazione di Conte lasciano a loro volta sul terreno parte della loro sovranità al loro stesso partito.

I 5Stelle che pure hanno “inventato” il premier, stanno festeggiando. Ma anche loro non hanno del tutto guadagnato da questo incarico. Il Conte 2.0 come preferiscono chiamarlo, nel senso che è un organismo ormai modificato, davvero non è più una loro creazione, in quanto non risponde più a loro del tutto. Premier unico, come vuole essere, sarà in futuro il riconoscimento di questa nuova veste. E tuttavia i 5 stelle rimangono il suo esercito di manovra: quindi entrano in questo nuovo Governo con la responsabilità di un leader che è solo formalmente loro, e l’obbligo a doverlo sostenere perché è il loro unico strumento di lavoro. Con tutti i prezzi che ne conseguono – come già ben si vede nella parabola di Di Maio, che nell’ascesa di Conte misura la sua discesa di peso politico. E chissà che questa parabola non sia specchio e anticipazione di quello che succederà all’intero Movimento, che a questo appuntamento arriva avendo pagato il prezzo di una forte divisione.

Il Pd anche paga pegno a una operazione che Zingaretti ha sicuramente subito. Il suo Pd è un partito che doveva andare al voto subito, e invece ha fatto il Governo. Doveva essere, certo, un Governo però in discontinuità, quindi senza Conte, ed è divenuto il piedistallo per la gloria di Conte. Doveva a questo punto almeno avere la certezza che M5s riconoscesse la democrazia rappresentativa come bussola, e invece deve accettare che si faccia una votazione extraistituzionale su Rousseau. E per quel che riguarda la discontinuità non è riuscito al momento ad assicurarsi nemmeno quella dei futuri ministri- né quelli del 5stelle, né quelli del Pd. Su questo vedremo presto cosa succederà.

Si capisce il perché di questa ritirata. Le pressioni fatte per un nuovo Governo Conte sono arrivate anche al Pd – il Governo europeo, il Quirinale (nominiamolo, sì), e le classi dirigenti nazionali ed europee hanno fatto pressione sul Pd. Da ogni parte – Vaticano, sindacati, intellettuali di fede antisistema convertiti alla battaglia per salvare il sistema. D’altra parte il partito è esso stesso da anni “responsabile” per eccellenza, in quanto parte eurorganica delle classi dirigenti, ed ha detto sì, come fece per Monti. Sollecitato, in aggiunta, da quei famosi spiriti animali di un governismo spinto che, proprio in quanto parte di una classe dirigente, è la vera passione che tiene insieme un Pd spesso sconfitto, e oggi molto frammentato.

Zingaretti, rimanendone fuori, ha tracciato la linea di una sua personale dignità. Ma, come per i 5S, il prezzo che pagano lui personalmente e il partito è alto: si tratta di una incredibile ritirata, che, per quanto addolcita dalla retorica del caso, “Nessuna staffetta, nessun testimone da raccogliere”, rimane una operazione in cui il Pd è il donatore di sangue principale di questa operazione antisovranista, e antipopulista.

Le incognite, come si vede, e le ambizioni del nuovo Governo sono tantissime.

Chi come me, e molti altri, ha tifato fin qui per il voto invece che per l’accordo, è ancora convinto che le urne sarebbero state un passaggio migliore per creare una svolta in Italia. I partiti avrebbero potuto contare le loro reali forze, e avrebbero soprattutto condiviso con i cittadini italiani il peso di una trasformazione di fase così incerta. E avremmo avuto un premier vero, invece di un Avvocato arrivato al bis senza mai essere stato votato.

Certo avrebbe forse, o magari sicuramente, vinto Salvini. Ma volete davvero dirmi che con tutto lo schieramento alle spalle oggi del Conte bis, nel cambio di clima europeo, non sarebbe stato possibile fare una opposizione, nuova e più efficace che avrebbe sconfitto il sovranismo ad armi pari, e guardandolo negli occhi?

Non credere alla propria vittoria in campo aperto, è la malattia degli eserciti nella fase declinante degli Imperi – ci insegna la storia. Lo stesso vale per la politica.

VIDEO – “Non sarà un governo contro”: il discorso di Conte