Saper aspettare e’ il successo

La capacità di saper aspettare: la chiave di tutto!

Capita spesso che nella vita non si possa avere subito ciò che si vuole; mentre alcuni lo vedono come un peso, altri usano la loro capacità di posticipare la gratificazione per cambiare la loro vita.

Gli Americani chiamano conscientiousness, questo ingrediente segreto che differenzia le persone normali da quelle di successo.

persona di successo

Questa coscienziosità, se possiamo tradurla così, è stata oggetto di studi per più di 35 anni e sarebbe costituita da due fattori imprescindibili per riuscire nella vita: autocontrollo e capacità di posticipare le gratificazioni.

Ed ecco perché rappresenta per i ricercatori dell’Università del Michigan uno dei migliori indicatori di successo nella vita:

Le persone coscienziose…

→ Tendono ad avere titoli di studio più alti rispetto gli altri, a prescindere dall’estrazione sociale e dalle condizioni finanziarie di partenza.
 Raggiungono maggiormente i loro obiettivi.
 Hanno maggiore successo nel lavoro: sono più pagati e più promossi rispetto agli altri.
 Sono affidabili sia sul lavoro che nelle relazioni.
 Sono resilienti: finiscono ciò che cominciano, costi quel che costi.
 Hanno delle relazioni più soddisfacenti e sono più felici sul lavoro.
  Godono di uno stato di salute migliore e vivono più a lungo perché sono consci che la loro salute è una loro responsabilità

Inoltre hanno scoperto che le persone con un alto livello di coscienziosità sono molto più motivate, disciplinate e organizzate, mantengono un senso di lealtà ed integrità anche nelle condizioni più stressanti e amano lavorare.

In poche parole, le persone coscienziose ci danno dentro pur di raggiungere ciò che vogliono.

successo

Proprio per l’impatto positivo che questa caratteristica può aver nel mondo lavorativo ed imprenditoriale, i ricercatori hanno provato di capire come ci si può allenare alla coscienziosità e quali sono gli errori che ne compromettono lo sviluppo. E guarda a caso, questa qualità si sviluppa nell’infanzia.

Come incentivare l’auto-controllo e gli errori da evitare

Negli anni 60 e primi anni 70, il ricercatore Walter Mischel ha condotto un esperimento per capire come incentivare l’autocontrollo e il rimando delle gratificazioni ‒ e di conseguenza la coscienziosità‒ nei bambini così da capire come funziona e quali errori evitare.

The Marshwallow  Experiments: quanto riesci ad aspettare?

Il primo esperimento fu il famoso “The Marshmallow Experiments” durante il quale 600 bimbi furono invitati ad aspettare 15 minuti con un dolcetto di fronte a loro senza poterlo mangiare, con la promessa (mantenuta) che ne avrebbero avuto 2 al posto di 1 nel caso fossero riusciti ad aspettare.

Dopo l’esperimento, Walter Mischel seguì alcuni dei bambini che avevano concluso il test con successo e si accorse che la maggioranza dei bimbi che erano riusciti a posticipare la gratificazione, avevano migliori risultati a scuola e successo all’università.

Questo esperimento diede spunto al vero esperimento che mostra quali errori compromettono lo sviluppo della consapevolezza e dell’auto-controllo.

È possibile rimanere coscienzioso in situazioni avverse?

Celeste Kidd e il suo team dell’università di Rochester decise di aggiornare il Marshmallow Experiment, considerando che nella vita le cose non vanno sempre per il verso giusto e che le promesse non vengono sempre mantenute, per capire quanto l’ambiente esterno poteva influire sulle capacità dei bambini.

28 bambini tra i 3 e i 5 anni furono portati in una stanza dove avrebbero dovuto disegnare e colorare. Di fronte a loro c’era una trousse con delle vecchie matite. Potevano scegliere se usare quelle matite o aspettare per riceverne di nuove. La maggioranza decise di aspettare.

matite colorate

Passò quasi un quarto d’ora prima che l’assistente tornasse con le matite. Nel primo gruppo, tornò con tantissime matite nuove che fecero brillare gli occhi dei bimbi, nel secondo gruppo invece tornò con delle vecchie matite dicendo che purtroppo si era sbagliata e che non c’erano matite nuove. È inutile dire come si sentirono i bambini a questa notizia…

Dopo qualche tempo, gli stessi bambini seguirono il Marshmallow Experiment. Quelli del primo gruppo furono tutti ben disposti ad aspettare, quelli del secondo gruppo invece, dopo la brutta esperienza che avevano avuto la prima volta con le matite, non vollero saperne di aspettare e piombarono sul dolcetto senza esitazioni, come per dire: “Piuttosto di niente, meglio piuttosto!”.

Questo esperimento prova quanto un bambino ingannato, e che perde fiducia nella persona che rappresenta l’autorità, tenderà poi ad accontentarsi pur di non perdere ciò che ha, con grandissime difficoltà a posticipare le gratificazioni e diminuendo così le sue possibilità di successo in età adulta.

Il successo si basa sulla fiducia

Nel riuscire ad aspettare per ciò che vorremo, viene quindi coinvolta la pazienza, l’auto-controllo ma sopratutto la fiducia che la ricompensa comunque giungerà.

Purtroppo una persona ingannata con finte promesse già da piccola difficilmente avrà  fiducia nelle autorità e nelle persone che la circonderanno, aumentando di conseguenza i suoi livelli di ansia e la probabilità di comportamenti disfunzionali.

Perché:

1. Il mondo è ingiusto e bisogna lottare per mantenere ciò che si ha.
2. Non ci si può fidare di nessuno e quindi bisogna riuscire a fare tutto da solo/a.

Queste convinzioni hanno pesanti ripercussioni sopratutto nella vita professionale e relazionale delle persone che vivono in uno stato di ansia perenne.

Hanno poca fiducia negli altri e quindi non riescono a delegare, si caricano di lavoro oltre misura, ma sopratutto non riescono ad avere la fiducia necessaria nel domani da poter posticipare una gratificazione, con tutti i danni che questo può causare.

Ma ciò avrà validità solo fino a quando continueremo a considerare la fonte di autorità come esterna a noi.

Se invece consideriamo noi stessi come l’autorità da rispettare ‒  preferendo un locus of control interno al locus of control esterno‒ , allora saremo più inclini all’autocontrollo, alla coscienziosità e alla consapevolezza, aumentando di conseguenza le nostre probabilità di successo nella vita.

bambini

In definitiva la coscienziosità, l’autocontrollo e la pazienza ‒tutti gli ingredienti indispensabili per vivere una vita appagante‒, sono in realtà dei “muscoli” che possiamo allenare già dalla più giovane età.

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice & shamanic storyteller
www.risorsedellanima.it

 

La capacità di saper aspettare: la chiave di tutto!

Capita spesso che nella vita non si possa avere subito ciò che si vuole; mentre alcuni lo vedono come un peso, altri usano la loro capacità di posticipare la gratificazione per cambiare la loro vita.

Gli Americani chiamano conscientiousness, questo ingrediente segreto che differenzia le persone normali da quelle di successo.

persona di successo

Questa coscienziosità, se possiamo tradurla così, è stata oggetto di studi per più di 35 anni e sarebbe costituita da due fattori imprescindibili per riuscire nella vita: autocontrollo e capacità di posticipare le gratificazioni.

Ed ecco perché rappresenta per i ricercatori dell’Università del Michigan uno dei migliori indicatori di successo nella vita:

Le persone coscienziose…

→ Tendono ad avere titoli di studio più alti rispetto gli altri, a prescindere dall’estrazione sociale e dalle condizioni finanziarie di partenza.
 Raggiungono maggiormente i loro obiettivi.
 Hanno maggiore successo nel lavoro: sono più pagati e più promossi rispetto agli altri.
 Sono affidabili sia sul lavoro che nelle relazioni.
 Sono resilienti: finiscono ciò che cominciano, costi quel che costi.
 Hanno delle relazioni più soddisfacenti e sono più felici sul lavoro.
  Godono di uno stato di salute migliore e vivono più a lungo perché sono consci che la loro salute è una loro responsabilità

Inoltre hanno scoperto che le persone con un alto livello di coscienziosità sono molto più motivate, disciplinate e organizzate, mantengono un senso di lealtà ed integrità anche nelle condizioni più stressanti e amano lavorare.

In poche parole, le persone coscienziose ci danno dentro pur di raggiungere ciò che vogliono.

successo

Proprio per l’impatto positivo che questa caratteristica può aver nel mondo lavorativo ed imprenditoriale, i ricercatori hanno provato di capire come ci si può allenare alla coscienziosità e quali sono gli errori che ne compromettono lo sviluppo. E guarda a caso, questa qualità si sviluppa nell’infanzia.

Come incentivare l’auto-controllo e gli errori da evitare

Negli anni 60 e primi anni 70, il ricercatore Walter Mischel ha condotto un esperimento per capire come incentivare l’autocontrollo e il rimando delle gratificazioni ‒ e di conseguenza la coscienziosità‒ nei bambini così da capire come funziona e quali errori evitare.

The Marshwallow  Experiments: quanto riesci ad aspettare?

Il primo esperimento fu il famoso “The Marshmallow Experiments” durante il quale 600 bimbi furono invitati ad aspettare 15 minuti con un dolcetto di fronte a loro senza poterlo mangiare, con la promessa (mantenuta) che ne avrebbero avuto 2 al posto di 1 nel caso fossero riusciti ad aspettare.

Dopo l’esperimento, Walter Mischel seguì alcuni dei bambini che avevano concluso il test con successo e si accorse che la maggioranza dei bimbi che erano riusciti a posticipare la gratificazione, avevano migliori risultati a scuola e successo all’università.

Questo esperimento diede spunto al vero esperimento che mostra quali errori compromettono lo sviluppo della consapevolezza e dell’auto-controllo.

È possibile rimanere coscienzioso in situazioni avverse?

Celeste Kidd e il suo team dell’università di Rochester decise di aggiornare il Marshmallow Experiment, considerando che nella vita le cose non vanno sempre per il verso giusto e che le promesse non vengono sempre mantenute, per capire quanto l’ambiente esterno poteva influire sulle capacità dei bambini.

28 bambini tra i 3 e i 5 anni furono portati in una stanza dove avrebbero dovuto disegnare e colorare. Di fronte a loro c’era una trousse con delle vecchie matite. Potevano scegliere se usare quelle matite o aspettare per riceverne di nuove. La maggioranza decise di aspettare.

matite colorate

Passò quasi un quarto d’ora prima che l’assistente tornasse con le matite. Nel primo gruppo, tornò con tantissime matite nuove che fecero brillare gli occhi dei bimbi, nel secondo gruppo invece tornò con delle vecchie matite dicendo che purtroppo si era sbagliata e che non c’erano matite nuove. È inutile dire come si sentirono i bambini a questa notizia…

Dopo qualche tempo, gli stessi bambini seguirono il Marshmallow Experiment. Quelli del primo gruppo furono tutti ben disposti ad aspettare, quelli del secondo gruppo invece, dopo la brutta esperienza che avevano avuto la prima volta con le matite, non vollero saperne di aspettare e piombarono sul dolcetto senza esitazioni, come per dire: “Piuttosto di niente, meglio piuttosto!”.

Questo esperimento prova quanto un bambino ingannato, e che perde fiducia nella persona che rappresenta l’autorità, tenderà poi ad accontentarsi pur di non perdere ciò che ha, con grandissime difficoltà a posticipare le gratificazioni e diminuendo così le sue possibilità di successo in età adulta.

Il successo si basa sulla fiducia

Nel riuscire ad aspettare per ciò che vorremo, viene quindi coinvolta la pazienza, l’auto-controllo ma sopratutto la fiducia che la ricompensa comunque giungerà.

Purtroppo una persona ingannata con finte promesse già da piccola difficilmente avrà  fiducia nelle autorità e nelle persone che la circonderanno, aumentando di conseguenza i suoi livelli di ansia e la probabilità di comportamenti disfunzionali.

Perché:

1. Il mondo è ingiusto e bisogna lottare per mantenere ciò che si ha.
2. Non ci si può fidare di nessuno e quindi bisogna riuscire a fare tutto da solo/a.

Queste convinzioni hanno pesanti ripercussioni sopratutto nella vita professionale e relazionale delle persone che vivono in uno stato di ansia perenne.

Hanno poca fiducia negli altri e quindi non riescono a delegare, si caricano di lavoro oltre misura, ma sopratutto non riescono ad avere la fiducia necessaria nel domani da poter posticipare una gratificazione, con tutti i danni che questo può causare.

Ma ciò avrà validità solo fino a quando continueremo a considerare la fonte di autorità come esterna a noi.

Se invece consideriamo noi stessi come l’autorità da rispettare ‒  preferendo un locus of control interno al locus of control esterno‒ , allora saremo più inclini all’autocontrollo, alla coscienziosità e alla consapevolezza, aumentando di conseguenza le nostre probabilità di successo nella vita.

bambini

In definitiva la coscienziosità, l’autocontrollo e la pazienza ‒tutti gli ingredienti indispensabili per vivere una vita appagante‒, sono in realtà dei “muscoli” che possiamo allenare già dalla più giovane età.

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice & shamanic storyteller
www.risorsedellanima.it

Siate eretici

SIATE ERETICI
Di Luigi Ciotti

Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi.
Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.

Morire tocca a tutti prima o poi

Il lutto è un rito di passaggio, ecco come affrontarlo

Il lutto è una tappa che attraversiamo tutti nella vita e porta con sé cambiamenti profondi capaci di cambiare per sempre le persone che devono affrontarlo. Non stupisce quindi che sia considerato da molte tradizioni come vero e proprio rito di passaggio, e non solo per la persona che compie il suo ultimo viaggio, ma anche per le persone che devono affrontare il dolore della perdita.

Se la morte è dolce per chi se ne va, può invece risultare molto dura per chi rimane, semplicemente perché le lezioni che ci porta ad imparare sono profonde e spesso difficili da elaborare, anche se molto preziose.

Ecco alcune informazioni che potranno aiutarti a superare il dolore della perdita di un caro, partendo da uno dei momenti più importanti in assoluto, sia per te che per chi si appresta a partire: l’accompagnamento.

L’accompagnamento

Riuscire ad accompagnare e sostenere la persona in fin di vita è molto importante, purtroppo nella nostra società non gli viene spesso dato la giusta considerazione, anzi! Abbiamo tendenza a negare la morte fino all’ultimo momento perché non sappiamo come affrontarla; nessuno ci ha insegnato cosa fare o cosa dire; motivo per il quale ci sentiamo smarriti e preda degli eventi.

L’importanza dell’ascolto e del sostegno

Negare l’evidenza di fronte alla persona cara, magari ripetendole che non morirà, può renderle più difficoltosa ancora la sua partenza; per questo motivo, sostenerla in questo periodo, darle conforto ascoltando le sue emozioni e rassicurandola, è un grande gesto d’amore. È la dimostrazione che ci siamo per lei, fino alla fine.

 

Quello che potremo fare per aiutarla ulteriormente a prepararsi alla morte, è permetterle di risolvere i suoi “conti in sospeso”, dandole l’opportunità di esprimersi liberamente senza la paura di essere giudicata, oppure di sistemare alcune faccende per lei importanti, così da poter andarsene con il cuore in pace.

Inoltre, è anche l’occasione per noi di perdonare, di sussurrare quel “Ti voglio bene” che non abbiamo mai osato dire, per evitare di rimanere con dolorosi rimpianti per tutta la vita, perché purtroppo non avremo una seconda possibilità.

Oltre a questo, c’è un’ultima cosa che potremo fare: darle il nostro “permesso di morire”, evitando di darle compiti (“Quando non ci sarai più, stammi vicino, ho bisogno di te”), questo la aiuterà ad affrontare questa grande prova con dignità e serenità, sicura di poter riposare in pace.

L’ultimo Viaggio

È importante ricordare che questo momento è un grande traguardo per la persona che si appresta a fare l’ultimo viaggio. Dopo la sua partenza, avrai tutto il tempo che ti servirà per elaborare il lutto, ma ora è necessario che la persona che ti è cara possa vivere questo capitolo della sua esistenza nel modo più sereno possibile, con le persone che l’hanno amata durante la sua vita.

Potrebbe anche essere l’occasione di celebrare, con amore e sacralità, questo grande momento facendo un dono importante a chi sta per partire: la nostra gratitudine.

lutto 2

Riuscire a sostenere il proprio caro, mettersi in ascolto delle sue emozioni, delle sue sensazioni, di quello che sta attraversando prima di quel salto nell’ignoto, e riuscire a benedire il suo ultimo viaggio, ringraziandolo per tutti i meravigliosi momenti passati assieme, per il dono della sua presenza e lasciarlo andare via con il cuore in pace e colmo dell’amore dei suoi cari, è il miglior modo di lasciar questa esistenza terrena. È in tutto questo che si trova il segreto della vita: l’essenza stessa dell’amore.

Il dolore della perdita

Ora che la persona cara se n’è andata e ha lasciato dietro di sé un senso di vuoto e di abbandono, ci sentiamo soli e sommersi dalle emozioni. È l’inizio del lutto, ora comincia il nostro personale rito di passaggio, quello che ci aiuterà ad aprire gli occhi su noi stessi e sui doni della vita.

Le fasi del lutto

Negazione, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione.

Queste sono le fasi del lutto ipotizzate da Elisabeth Kübler Ross, psichiatra e fondatrice della psicotanatologia, lo studio psicologico dell’accompagnamento alla morte ed elaborazione del lutto come supporto alla persona in fin di vita e ai suoi cari.

Prima arriva lo shock iniziale e subito dopo la negazione (“Non può essere, non è possibile!”), segue la rabbia (“Ma perché? Non è giusto!”), il patteggiamento (“Dovevo aspettarmelo perché…”) ed infine, la depressione.

Queste fasi ci spingono lentamente a chiuderci in noi stessi per confrontarci con la nostra interiorità. Viviamo la morte così profondamente perché, assieme alla persona cara, è un pezzo di noi che se ne va: un pezzo del nostro passato, dei nostri sogni, progetti e ricordi.

La fase depressiva è una fase preziosa ma delicata; è importante dare tempo alle nostre ferite per rimarginarsi. Non servirà a nulla provare di affrettarne la guarigione facendo finta che tutto vada bene quando in realtà, dentro di noi, sanguiniamo ancora; rischierebbe al contrario di bloccare l’elaborazione di quanto avvenuto e di impedirci di uscire dalla fase depressiva.

Lasciar andare

Il lutto è un rito di passaggio per il defunto ma anche per noi perché ci spinge a toccare con mano la realtà: siamo anime incarnate a tempo determinato. Il tempo che trascorriamo sulla Terra è limitato per ognuno di noi.

Se siamo riusciti a dare al defunto il permesso di morire, dobbiamo dare a noi stessi invece il permesso di provare dolore, per poi, lentamente e con i nostri tempi, lasciarlo andare. Quindi non reprimere le tue lacrime, lasciale scorrere liberamente, è un tuo diritto provare sofferenza.
Lasciar andare (con il pianto, con le parole,…) non è solo liberatorio ma è soprattutto parte del processo di elaborazione della perdita, è una fase cruciale della guarigione interiore.

lutto 5

Il problema sorge quando proviamo a tenerci tutto dentro, perché per una ragione o per l’altra, pensiamo di dover dare un’immagine forte di noi e rimanere impassibili di fronte alla sofferenza; lo facciamo per i famigliari, per i bambini, per il partner,… Ma oltre a farci del male rischiando di rimanere bloccati nella fase depressiva, mandiamo un messaggio sbagliato a chi ci sta intorno, soprattutto ai bambini che avranno tendenza a ripetere lo stesso comportamento quando saranno grandi e a non sapere come affrontare il lutto a loro volta.

Provare dolore, piangere per la morte di una persona cara, è naturale, non deve essere motivo di vergogna. Nessuno ha il diritto di giudicarti per questo. Ricorda che la forza di una persona non si calcola nelle lacrime che riesce a trattenere, ma bensì in quante volte è riuscita a rialzarsi dopo essere caduta.

La fase di accettazione

Dopo la fase depressiva, comincia la risalita. Cominciamo con il rassegnarci al fatto che le cose non torneranno mai come prima, e arrivati a questo punto cerchiamo un nuovo equilibrio adattandoci alle circostanze. Questo adattamento è il superamento del lutto come rito di passaggio, è la nostra personale “uscita dagli inferi”.

lutto 1

La morte ha quello strano potere di cambiare il nostro modo di vedere il mondo, ma anche la nostra vita, ponendo la nostra attenzione su quello che davvero conta. Cosa ci strapperà un sorriso nel momento del nostro ultimo respiro? Cosa ci avrà reso felice e ci farà dire “Ne è valsa la pena”? Sono domande forti che possono cambiare drasticamente una persona; per questo il lutto è un rito di passaggio: ci aiuta a crescere e a capire tutte quelle cose che milioni di libri messi assieme non possono spiegare.

Dopo l’accettazione, giunge la speranza, fatta di nuovi sogni, di nuovi progetti, di una visione più matura e consapevole della nostra esistenza. Possiamo scegliere, decidere cosa fare, perché abbiamo ancora tempo di fronte a noi; non sapremo mai quanto, ma basterà.

“Si hanno due vite. La seconda comincia il giorno in cui ci si rende conto che non se ne ha che una.”

— Confucio

Cosa può insegnarci la morte?

Prima di tutto, ci ricorda che siamo solo di passaggio e che il nostro tempo è limitato, lo è per gli altri ma anche per noi. Questo ci spinge a dare maggior valore al nostro tempo.
Il tempo scorre e non fa sconti a nessuno, ci sono momenti preziosi che non torneranno mai indietro. Per assurdo, è proprio la morte a spingerci a riflettere sulla nostra vita, su come vogliamo trascorrere il tempo che ci rimane.

lutto 6

Per cosa vale la pena vivere? Questa è la grande domanda alla quale la morte ci spinge a rispondere. Quando giungerà la fine, saremo felici del tempo trascorso qui oppure avremo il cuore pieno di rimorsi? Il tempo è il dono più prezioso che ci viene dato alla nascita. Spetta a noi dargli il valore che si merita.

Il senso della vita

La morte ci insegna cos’è il dolore, il tempo che scorre, la vita; ci aiuta a capire cosa conta veramente. È vero, è una maestra severa, ma è anche molto generosa. Dal nostro primo respiro, ci guarda crescere da lontano, ogni tanto ci impartisce qualche lezione per evitare di vedere versato quel tempo così prezioso; e quando arriva il nostro momento, ci prende dolcemente per mano, come una vecchia amica, e torniamo da dove siamo venuti, con il cuore e l’anima in pace, e per unico bagaglio l’unica cosa che conta veramente: l’amore.

lutto 4

 

Sandra “Eshewa” Saporito

Cosa e’ la cattiveria

Chi Si Comporta Con Cattiveria È Prigioniero Di Se Stesso

“SE CI FOSSE NEL MONDO UN NUMERO PIÙ COSPICUO DI PERSONE CHE DESIDERANO LA PROPRIA FELICITÀ PIÙ DI QUANTO DESIDERINO L’INFELICITÀ ALTRUI, POTREMMO AVERE IL PARADISO NEL GIRO DI QUALCHE ANNO.”
(BERTRAND RUSSELL)

Quando si pensa alla cattiveria, alla malvagità, si pensa spesso ai dittatori, agli assassini,.. Ma spesso si dimentica di ciò che un semplice essere umano è in grado di fare se sa che le sue azioni saranno prive di ripercussioni.

subire violenze

La cattiveria non è una prerogativa delle persone con tendenze patologiche: la cattiveria è subdola perché si nasconde in tutti noi, come un piccolo seme di senape che si nasconde nei meandri della nostra mente. Ma cosa fa germogliare quel seme in alcune persone più che in altre, cosa ci spinge a comportarci con cattiveria?

La cattiveria è subdola: può nascondersi nel cuore di tutti

Nel 1974, l’artista e performer di origine serba Marina Abramovic sconvolse l’opinione pubblica con il suo Rythm 0, non tanto per la sua performance artistica ma per ciò che suscitò nelle persone presenti intorno a lei. Con la sua esibizione, decise di capovolgere il concetto di arte rendendo il pubblico protagonista di fronte ad un artista passivo. Decise quindi di rimanere immobile per 6 ore mentre le persone sarebbero state libere di agire su di lei, senza nessuna reazione da parte sua.

Su un tavolo vicino a lei, erano posti 72 oggetti: alcuni di dolore (catene, coltelli, lame), altri di piacere (piume, fiori, vestiti), lasciando libero ognuno di decidere cosa fare. Chiunque poteva usarli su di lei sapendo che l’artista stessa si sarebbe presa la totale responsabilità di ciò che sarebbe successo e che non avrebbe opposto resistenza. Sul tavolo, c’era anche una pistola carica con un proiettile. Marina Abramovic spiegò che voleva sapere cosa avrebbe fatto il pubblico in una situazione di questo tipo, davanti ad un essere umano inerme e con la libera scelta di recare piacere o dolore.

Quello che succedette in queste 6 ore fu raccapricciante. Di fronte ad una donna immobile e che non reagiva alle provocazioni, le persone cominciarono ad agire nei suoi confronti senza il minimo pudore né considerazione: all’inizio il pubblico si dimostrò pacato, limitandosi a prenderla in foto oppure abbracciandola, ma poi la situazione degenerò. Seguirono ore di delirio in cui delle persone normali si lasciarono andare alla bestialità a tal punto di tagliarle la pelle e bere il suo sangue, spogliarla, umiliarla come se lei non fosse altro che un oggetto. Ma lei continuò a rimanere immobile.

Marina Abramovic,, “Rythm 0”, Galleria Morra, Napoli, 1974

Allora si crearono due gruppi: gli Istigatori ed i Protettori; questi ultimi asciugavano le lacrime dell’artista, mettevano cerotti sulle sue ferite. C’era la crudeltà da una parte, l’umanità dall’altra, e nel mezzo c’era una donna in balia della natura umana.

Il coraggio e la forza di ricominciare

Paolo Crepet: il coraggio di ricominciare

Paolo Crepet: il coraggio di ricominciare
Non è facile risollevarsi dopo un dolore, dopo la fine di una storia, quando si perde il lavoro o si vive il lutto per una persona cara, ma bloccarsi per paura del cambiamento è “come trascorrere la propria vita in cantina”. Parola di Paolo Crepet, che in una lunga dissertazione spiega come ripartire per un nuovo inizio

Non sempre le cose vanno come vorremmo, ma questo non vuol dire che la felicità non continua a essere a portata di mano. Perché quello che appare come la fine, spesso è solo un nuovo inizio, per ripartire e cambiare quello che non ci piace. Certo, non è facile risollevarsi dopo un dolore, dopo la fine di una storia, quando si perde il lavoro o si vive il lutto per una persona cara. Per non restare intrappolati nell’illusione che non c’è risoluzione, che andrà sempre così, per vedere gli ostacoli come un’occasione, l’ingrediente che serve è il coraggio di ricominciare, questa forza innata che c’è in ognuno di noi, e di cui scrive anche Paolo Crepet, famoso psichiatra e sociologo, nel suo ultimo libro “Il coraggio”, (Mondadori, 18,50 euro). Ne abbiamo parlato con lui, per capire come usare al meglio questa risorsa e risollevarci dopo un momento “no”.

Partiamo dalla definizione. Cos’è il coraggio di ricominciare?

“Avere il coraggio di ricominciare, vuol dire riconoscere che nella vita ci sono le marce in avanti, poi c’è il folle e poi ci sono anche le marce indietro: questa è l’esistenza.

Questo tipo di coraggio ci serve per non restare fermi, è quel goccetto d’olio che mettiamo sopra il meccanismo per farlo girare, anche quando è arrugginito. Dopo una caduta c’è sempre una risalita, quindi bisogna avere la forza di pensare che non si inizia e non si finisce, ma che si inizia, si sbaglia e si ricomincia.
Gli errori, le sconfitte possono essere fonti di grandi e importanti lezioni, perché chi non sbaglia, vuol dire che non fa e non agisce.
A mettere paura è il cambiamento, perché siamo tutti un po’ dei conservatori, ma adottare questo comportamento è come trascorrere la propria vita in cantina.
Oltre a questo effetto collaterale, s’innesca anche un altro meccanismo deleterio: si pensa che sia meglio non cambiare e quindi pur di non farlo, si accettano dei compromessi, si abbassa il livello delle proprie aspettative e ci si adegua. Invece bisogna sforzarsi e non rinunciare mai ai propri obiettivi”.

“Questo tipo di coraggio è come quel goccetto d’olio che mettiamo sopra il meccanismo per farlo girare, anche quando è arrugginito”

Come si fa a “ripartire da me”, quando tutto sembra remare contro?

“Innanzitutto, smettendola di pensare che non è vero che tutto ti rema contro, perché se uno pensa al peggio del peggio, ne viene fuori male, se ne viene fuori.
Quindi la prima cosa da dire è che non c’è niente ‘per sempre’, tutto cambia, bisogna avere questa consapevolezza.
Sulla base della mia esperienza, posso dire che ci sono state delle perdite, sia nella mia vita professionale sia in quella privata, che con il tempo ho capito che erano ‘benedette’.
Lì per lì fanno male, bruciano e si vede solo l’aspetto negativo, ma con il distacco temporale si arriva a pensare che è stata una fortuna aver perso quell’occasione o quella persona. 

Alla luce dei fatti, spesso le situazioni che sembrano negative in realtà sono il trampolino di lancio per tante altre cose più appaganti e soddisfacenti.

“La sfortuna non c’entra, chi la pensa così incappa in un atteggiamento sbagliato e dannoso”

Credo che quando le cose non vanno, c’è sempre un motivo, anche se non lo vediamo subito. E la sfortuna non c’entra, pensarla così è un atteggiamento sbagliatissimo”.

Conclusa una storia sentimentale, come si torna a credere nell’amore?

“Non si può non credere nell’amore! Anche se si chiude il rapporto, 
un amore non finisce mai, quello che c’è stato resta, sono solo i legami a essere perituri.
Comunque per rinascere dopo una storia, il mio consiglio è di cambiare, cioè avere la curiosità e la disponibilità a pensare che è necessario andare altrove, darsi la possibilità di incontrare una tipologia di partner diversa, senza ancorarsi al passato. Un errore che si fa spesso è continuare a frequentare gli stessi ambienti e a rimanere nella compagnia dell’ex.
Se si perde quella persona, è giusto e sano dire addio anche al suo contorno, decidendo così di cambiare aria”.

Come è possibile credere ancora nell’amore e investire tutto in una nuova relazione, dopo un tradimento?

“Non bisogna essere banali, lasciandosi trascinare da ragionamenti ordinari e frasi tipo ‘tutti gli uomini tradiscono’, perché quando si fanno generalizzazioni, si dicono solo banalità. Uno dei problemi nel riprendere una relazione dopo ‘le corna’, è che chi è stato tradito rischia di vivere con un tarlo in testa, perché se il partner arriva a casa con due ore di ritardo, ecco che torna il pensiero che può averlo fatto ancora. In generale, visto che non dipende dalla cosa in sé, ma da come è fatta la persona, possiamo dire che dopo un tradimento, si possono adottare tre diversi punti di vista.
Quello negazionista, che rifiuta di vedere i fatti, l’evidenza; quello intransigente, che chiude senza mezzi termini, e quello di mediazione, che cerca una risoluzione. Ripeto, dipende dalla persona, non c’è una regola e sarebbe strano il contrario”.

Ricominciare sul lavoro. Come si riparte dopo aver perso un impiego?

“Tutte le ripartenze iniziano dall’autostima e questo vuol dire vedere e permettersi scenari differenti, scegliere anche strade professionali nuove, sperimentarsi in mestieri diversi.
Ad esempio, se mi cacciano via dall’azienda, posso aprire un ristorante e trasformare quella che prima era una passione per la cucina in una professione.
Serve il coraggio di reinventarsi, anche per capire quello che a noi è più adatto.
Perché, come dicevo prima, nulla accade a caso e forse il licenziamento può essere l’occasione di fare quello che è veramente più nelle nostre corde”.

E dopo un lutto?

“I lutti non esistono, nel senso che le persone che muoiono ti lasciano delle cose, se sono affettivamente importante per noi. Per cui, capisco quando c’è una morte prematura, capisco il dolore, ci sono passato anche io.
Questa non è teoria, ma la pratica della mia vita: la persona che non c’è più, segue a vivere con te”.

Tutti abbiamo assaggiato il sapore amaro di una sconfitta: come ci si rialza?

“Facendo proprio quello che diceva Ernest Hemingway: Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono più forti nei punti spezzati.
Se ci pensiamo, è una regola del nostro organismo: l’osso è più forte proprio dove si è rotto”.

Sempre pronti al viaggio

 

Essere Zingari Nell’Anima: Un Invito A Partire Sempre, Dentro E Fuori Di Noi

Molto spesso plasmiamo la nostra esistenza secondo dettami che non ci corrispondono: mettiamo limiti a ciò che pensiamo di essere in grado di fare (“non sono tagliato per l’arte”) o di avere l’autorizzazione di fare (“non posso permettermi di fare questo lavoro che mi piace davvero”), ma anche a ciò che pensiamo di essere (“c’è qualcosa in me che non va”). Siamo la maggior parte del tempo la nostra più imponente fonte di limiti e non ce ne rendiamo conto.

Questo comportamento per lo più inconsapevole ci confina ad un percorso che non rispecchia né le nostre reali capacità, andando a spegnere la fiamma dei nostri talenti, né le nostre reali aspirazioni. Tutto ciò ha una negativa conseguenza su di noi in quanto ci rinchiude in un circolo vizioso che ci spinge alla frustrazione, all’insoddisfazione, e alla sensazione di non combinare nulla nella vita.

I limiti della tua zona di sicurezza possono trasformarsi da scudo a prigione per la tua anima

La nostra comfort zone è utile e non va demonizzata, dopotutto è funzionale alla vita avere una zona di sicurezza nella quale sentirsi al proprio agio; una vita sempre fuori dai nostri confini sarebbe oltremodo stressante anche se ricca di stimoli. Tuttavia, anche se è utile nella nostra vita quotidiana, è importante usarla in maniera equilibrata, senza trasformare i confini di questa zona di sicurezza in limiti invarcabili in quanto potremo, con l’avanzare del tempo, perdere gradualmente quel tanto di sicurezza in noi e nelle nostre capacità per oltrepassarli.

Arrivati a questo punto, infrangere i limiti che ci siamo auto-imposti potrebbe farci sentire in pericolo e scatenare in noi delle reazioni difensive che avranno come unica conseguenza quella di rinchiuderci sempre più in quella zona di sicurezza, nella quale, per sentirci al sicuro e protetti, siamo costretti a rinunciare al nostro benessere interiore, alla nostra autenticità e a tutto ciò che sognavamo di realizzare nel mondo.

Il problema è che quella paura non solo ci isola dal monda ma rosica anche, seppur lentamente, i margini della nostra zona di sicurezza rendendoci quella vita, scelta per “paura di…”, sempre più stretta fino a toglierci il respiro. A questo punto, raggiungeremo un salutare stato di crisi profonda durante la quale avremo l’opportunità di aprire gli occhi e renderci conto di tutto il male che ci saremo fatto e, nel migliore dei casi, di fare esplodere gioiosamente i muri della nostra prigione mentale. Se tutte le nostre sicurezze crolleranno e avremo la sensazione di sentirci nudi, esposti e vulnerabili, almeno ci sentiremo vivi e potremmo ricominciare da zero una vita più autentica, più a nostra immagine, decisamente più liberi.

La curiosità è una porta verso l’autenticità: ti aiuta a riconoscerti

Non è necessario passare per uno stato di crisi profonda per vivere in maniera più autentica e che rispecchi il nostro vero essere, è sufficiente coltivare una qualità importante: la curiosità, il desiderio di comprendere, scoprire, andare oltre ciò che si conosce già. È la curiosità che ci aiuta a mettere il naso fuori dalla porta ogni tanto, ad aprirci al mondo, a provare, sperimentare, a vivere fuori dai confini delle nostre credenze o dei limiti imposti per ideologia.

“ESSERE ‘ZINGARI’ NELL’ANIMA SIGNIFICA NON FARSI TROVARE DOVE STABILISCONO GLI ALTRI. SIGNIFICA ESSERE ‘ALTROVE’ RISPETTO ALLE MODE, ALLE IDEOLOGIE, ALLE FAZIOSITÀ, AL CONFORMISMO, ALLE INVIDIE. GLI ZINGARI DELL’ANIMA HANNO INFINITE PARTENZE.”
(ALESSANDRO PRONZATO)

L’essere curioso è scomodo perché è libero e non si lascia imprigionare facilmente, scova le bugie e le falsità, distrugge le teorie campate in aria, ma soprattutto impedisce alla paura di avere la meglio su di lui e di confinarlo in uno spazio stretto, troppo stretto per l’impulso di vita che custodisce dentro di sé e che cerca di realizzarsi, di lasciare un’impronta nel mondo come testimone del suo passaggio, seppure breve, su questa terra.

Questa curiosità intellettuale (da non confondere con l’indiscrezione) è forse la scintilla fondamentale per vivere una vita più consapevole, più aperta verso il possibile, l’inatteso, la meraviglia, in quanto si manifesta spesso come un desiderio irrefrenabile, come un fuoco che accentua la sete di conoscenza; è l’antidoto alla routine, alla noia, alla notte oscura che cala sull’animaCi spinge al viaggio, interiore ed esteriore, per scoprire nuovi mondi, per capire il mondo, per comprendere il senso della nostra vita.

 

È cercando, sperimentando, tentando e anche fallendo che ci avviciniamo al significato della nostra esistenza, è andando alla scoperta delle differenti manifestazioni della vita fuori dall’abitudinario e dal conosciuto che abbiamo la possibilità di ricordare chi siamo e quali talenti ancora inespressi custodiamo dentro di noi, perché è mettendoci alla prova che potremo farli emergere.

Più usciamo dalla nostra zona sicura, più facciamo esperienza del mondo e più diventiamo ricchi di lezioni e comprensioni: l’intuizione si fa più acuta, accumuliamo un sapere esperito che vale la pena trasmettere. Diventiamo parte della ricchezza del mondo stesso perché non ci siamo accontentati di custodire il seme della vita che ci era stato donato: lo abbiamo fatto germogliare ed è uscito allo scoperto; e lì, fuori dal terreno dov’era stato piantato, l’unico limite che gli è rimasto è il cielo.

Quindi nel caso ci sentissimo soffocare nella vita, occorrerà  aprire la porta e mettere il naso fuori dalla nostra zona di sicurezza e lanciarsi, agire, osare vivere.

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in DBN

Essere tranquillamente forti

 

La tranquillità di non avere nulla da nascondere non ha prezzo

La menzogna è solo un modo di rinviare temporaneamente la realtà e non porta nulla di buono.

Le bugie sono una parte di noi stessi, e una delle nostre più grandi fonti di infelicità e sofferenza. Il primo passo per liberarci di loro è di capire meglio, in tutte le sue sfumature.

Una di queste è la famosa “menzogna di cortesia”, che esercitiamo molte volte nelle nostre vite, quando l’interno è devastato, rispondiamo a coloro che ci chiedono come stiamo che stiamo bene, che tutto va molto bene.

Questa contraddizione in cui viviamo costantemente è una delle maggiori ragioni per essere infelici, insicuri e con bassa autostima. Per cambiare questa realtà, abbiamo bisogno di molta attitudine e coraggio, e anche di lavorare ogni giorno per cambiare le nostre vite dall’interno verso l’esterno, dal più piccolo al più grande dei fastidi, che ci impediscono di vivere davvero felici.

La tranquillità di essere onesti non ha prezzo.

Uno studio di Joshua Greene, un medico in psicologia sperimentale e neurologia all’Università di Harvard, ha dimostrato che ciò che realmente promuove la convivenza adeguata e un alto senso di autostima in ciascuno di noi è la capacità di essere onesti con noi stessi e con le persone intorno a noi.

E cos’è davvero l’onestà?

È conoscere se stessi e vivere secondo i nostri principi, valori e missioni nel mondo. Non tradire mai chi sei per un beneficio temporaneo. Rispetta coloro che ti circondano e te stesso abbastanza da scegliere di dire sempre la verità, anche quando i risultati non sono i migliori.

No rispetto No amore

Dove manca il rispetto, non c’è nemmeno amore

Il rispetto è fondamentale affinché l’amore possa durare, sia in una relazione di coppia che nelle amicizie.

Il rispetto, stando alla definizione del dizionario, è un sentimento, e comportamento, che dimostra considerazione per i diritti, il valore, i meriti altrui. Qualcosa di molto importante in qualunque relazione, non solo d’amore.

Purtroppo accade, però, di avere a che fare con persone che non ne dimostrano alcuno, sia nella coppia che in amicizia, o nei rapporti tra parenti e conoscenti. Ma dove non c’è rispetto, non c’è neanche amore. Perché quest’ultimo, essendo un sentimento di affezione, che cela in sé il desiderio di fare del bene a chi si ama, non può sussistere se viene a mancare la considerazione.

Come si manca di rispetto? In tanti modi, per esempio umiliando davanti ad altre persone, maltrattando, insultando, sminuendo, prendendosi gioco della persona che si dice di amare. Si dimostra irrispettoso anche chi non incoraggia il proprio partner, o un amico, a credere in se stesso, a perseguire i propri sogni, a coltivare i propri interessi, a portare avanti le proprie ambizioni, magari per invidia o gelosia. E sebbene nel mondo, che è grande e vario, esistano varie forme di rispetto, alcuni comportamenti sono offensivi a prescindere.

Purtroppo accade che alcune persone, magari esageratamente egoiste, non si rendano conto dei propri atteggiamenti inopportuni, e in questi casi, può essere difficile trovare un accordo o intavolare un dialogo sereno. Tuttavia, la soluzione non è nemmeno tacere, lasciandosi soffocare dall’egoismo altrui, né scadere in un atteggiamento moralista, che vede gesti irrispettosi ovunque, per mancanza di empatia.

In definitiva, il rispetto è molto importante in qualunque relazione di coppia, e non solo, perché senza di esso l’amore, la considerazione, l’amicizia stessa, svaniscono. D’altronde che senso ha frequentare, o stare insieme, a una persona che non dimostra con i fatti di volere il nostro bene? Il rispetto passa anche da questo, perché riconosce il valore altrui, e non lo soffoca facendo prevalere il proprio interesse. E se in alcuni casi vale la pena offrire una chance, in altri è meglio interrompere i rapporti senza troppi sensi di colpa, perché senza rispetto si vive male e tristi.

Metti dei limiti al perdono

Non perdonare sempre:

metti dei limiti, altrimenti le persone si prendono gioco di te

Il perdono è un dono che facciamo alla nostra anima, ma dobbiamo preservare il nostro benessere.

Il perdono è un dono che facciamo soprattutto alla nostra anima, facendoci vivere con più serenità e positività, ma se non ne viene fatto un saggio uso, può avere anche l’effetto opposto.

Va bene perdonare chi ci fa del male, ma bisogna imparare a porre dei limiti in modo che il perdono non diventi qualcosa di negativo. Per questo occorre dimostrare a chi ci ferisce che non siamo disposte a rivivere la stessa situazione. Non bisogna fingere che non sia successo nulla, dobbiamo preservare la nostra integrità e il nostro benessere.

Se si perdona ma non si cambia nei confronti della persona che ci ha fatto del male, questa non sarà mai diversa e non capirà mai il danno che ci recato, oltre a continuare a non rispettarci perché ci vedrà disposte ad accettare sempre tutto.

Cerchiamo sempre di essere persone leggere ma dobbiamo imparare a stabilire dei limiti e delle regole nelle nostre relazioni, ne va del nostro bene. Perdonare ha un senso se viene usato nel modo più corretto possibile. Non dobbiamo mai permettere a chi ci circonda di abusare della nostra bontà e della nostra gentilezza.

Siamo buone certo, ma non siamo fesse. Quando subiamo un torto o quando qualcuno ci tratta male, difendiamoci, tiriamo fuori le unghie, mostriamo la nostra voce, altrimenti non lo farà nessuno per noi.

Se qualcuno ci ferisce continuamente, è nostro dovere cambiare la situazione. Non dobbiamo chinare la testa, ma reagire per difendere noi stesse, la nostra felicità, la nostra libertà. Se perdoniamo sempre, non cambierà mai nulla. Così come le persone, non cambiano solo perché lo vorremmo o perché noi le trattiamo come vorremmo essere trattate.

Impariamo a metterci al primo posto, a difendere la nostra anima e il nostro benessere. Non accettiamo relazioni dove non vi è rispetto. Le persone che possono stare al nostro fianco sono quelle che portano felicità all’interno della nostra vita, non quelle che si prendono gioco di noi.